“Un amore”, il romanzo di Dino Buzzati dove comanda la donna

Se in questo 8 marzo scioperante e ribelle qualche donna fosse in vena di evasione da questo mondo ancora per molti aspetti coniugato al maschile, un’idea potrebbe essere leggere un vecchio romanzo erotico di Dino Buzzati, intitolato “Un amore”. È la storia di un uomo di mezz’età tenuto in piedi dai soldi e dalla rispettabilità, che si innamora di una prostituta appena maggiorenne. La trama sostanzialmente descrive lo scivolamento del protagonista nei tormenti tipici dell’amore che non può essere: l’impazienza di sentire la sua voce anche solo al telefono, la gioia di passare del tempo con lei, anche se a pagamento (“la consolazione, la felicità era tale, che il modo di raggiungerla non aveva più alcuna importanza”, che frase eh?), ma anche la rabbia, la furia portata dall’incapacità di far valere le proprie presunte prerogative di maschio, persino di fronte ai tradimenti, le bugie e le palesi prese in giro di lei. Ce n’è anche dal punto di vista sociale. I tormenti che la giovane prostituta infligge al proprio spasimante sono le sberleffo di un sottoproletariato che sa essere vivace verso una borghesia stanca, infelice e ipocrita. Ah, è anche un libro scritto bene.

Una piccola critica alla geopolitica

Nei giorni scorsi a Genova c’è stato il quarto festival di Limes, la più nota rivista di geopolitica italiana. Titolo della rassegna era Chi comanda il mondo e fortunatamente ho avuto tempo e modo di assistere ad alcuni degli eventi in programma. Quasi superfluo dire che tutti gli interventi, tenuti da esperti, studiosi o persone che per lavoro hanno avuto a che fare direttamente con la materia trattata sono stati interessanti, stimolanti e arricchenti. Tuttavia, c’è una piccola riflessione che si lega nel caso particolare a una delle tavole rotonde a cui ho assistito, ma che credo si possa applicare a tutto il metodo della geopolitica, o almeno a come l’ho inteso io. Ma andiamo con ordine.

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L’analfabetismo funzionale nasce a scuola?

Ormai lo sappiamo, l’Italia è terra di sole, mare e analfabetismo funzionale. Vi sarà capitato di leggerlo su qualche link condiviso su Facebook dall’amico un po’ intellettualoide: una buona percentuale di italiani è in grado di leggere un testo, ma non di comprenderlo realmente. Secondo l’Ocse sono così il 50% dei nostri concittadini adulti, secondo altri il 70% e secondo altri ancora il 30%. Seguono, in genere, considerazioni allarmate su dove andremo finire, sull’effettiva capacità di questi individui di essere soggetti effettivamente inseriti nella società (in una parola: cittadini), sul destino della democrazia e sul ruolo distruttivo di internet.

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Fedez che non firma gli autografi, i bambini che piangono e il giornalismo

Nel video con cui Fedez ha detto la sua sul giornalismo, c’è una tendenza della nostra epoca che si sta affermando sempre di più.

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Presto e male

Su Barack Obama si può pensare bene o male, ma una cosa che non si può negare è che l’ex presidente degli Stati Uniti sia uno che sa vedere lontano. Prendere decisioni non considerando solo gli effetti che queste produrranno nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, o addirittura decenni. Per me questa è stata una caratteristica della sua presidenza assolutamente positiva. Ad altri, invece, questa tendenza (direi personale, prima che ancora che politica) dell’ex boss dà decisamente sui nervi. Mi spiego meglio.

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2017, un anno di elezioni

Lo so, lo so.

Stiamo ancora smaltendo i postumi di un 2016 da montagne russe (qualcuno ha detto Donald Trump?) e la tentazione e di fermarsi a riflettere su quello che è stato è forte. Epperò, il 2017 sarà un anno almeno altrettanto decisivo, con tre appuntamenti elettorali importanti in Europa. In ordine di tempo si recheranno infatti alle urne Olanda, Francia e Germania.

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Lyndon Johnson, una grande canaglia e un grande presidente

In tutta la sua vita, Lyndon Baines Johnson ha perso una sola elezione.
1941: Johnson è un deputato di 33 anni e vanta una forte vicinanza con il presidente Roosvelt, ma perde le primarie del Partito Democratico del Texas per un posto al Senato contro un certo Wilbert Lee O’Daniel.
“Mai più”, deve essersi detto subito dopo. Quando gli ricapita l’occasione, sette anni dopo, colui che diventerà il 36° presidente degli Stati Uniti non esita infatti a rubare tutti i voti che servivano per battere il nuovo rivale, Coke Stevenson. Alla fine, 200 schede con il suo nome scritto sopra comparirono dal nulla, e lui entrò al Senato grazie a uno scarto di 87 voti. Robert Allan Caro, giornalista che gli ha dedicato una monumentale biografia, commenta così quel passaggio: “Lyndon Johnson aveva provato a comprare uno Stato e, nonostante avesse pagato il prezzo più alto nella storia del Texas, aveva fallito. Quindi, ora era il tempo di rubarlo” (fonte: Limes – Texas L’America Futura, 8/2016).

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Tullio e le abitudini

A scanso di equivoci: non sono un profondo conoscitore di Tullio De Mauro,
della sua vita e delle sue opere. E non fingerò di esserlo.

Sono però abbonato a Internazionale,
rivista che conosco e leggo da un po’.

Ogni settimana la rubrica del professore occupava poche righe,
tra le ultime pagine.
Non ci facevo nemmeno più caso, come non si fa caso
alle abitudini radicate,
che diventano un tutt’uno
con il proprio vivere
e (in questo caso)
il proprio leggere.

Però non l’ho mai saltata,
la rubrica di Tullio De Mauro, che si intitolava “Scuole”.
Perché ogni volta mi insegnava qualcosa
che prima di leggere non sapevo.
Che poi dovrebbe essere sempre così, quando si legge,
bisognerebbe sempre imparare qualcosa
che prima non si sapeva.
Sappiamo che non sempre succede.
Con lui, però, si.
Mancherà.