A casa loro

“Aiutiamoli a casa loro” è una di quelle espressioni che mette tutti d’accordo. Perché rassicura e pulisce le coscienze. “Aiutiamoli” richiama al gesto nobile dell’aiuto ci fa sentire, nonostante tutto, delle brave persone, mentre “a casa loro” vuol dire ehi, tranquilli, sono cose che succedono ben lontano da noi, che ci toccano relativamente.

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Parole forti per pensieri deboli

“Il nemico oggi è il potere centrale e una sorta di nazismo del Nord Europa che ci sta distruggendo” – Alessandro Di Battista.
 
“In Italia è in corso ora, mentre tu stati leggendo questo articolo, un colpo di stato” – Beppe Grillo.
“Padani discriminati, vittima di pulizia etnica” – Matteo Salvini.

In Europa comandano i nazisti, in Italia ci sono colpi di stato quasi quotidiani nonché casi di pulizia etnica causati dall’immigrazione clandestina. E le parole non hanno più alcun valore. Quelle riportate qui sopra sono un minimo estratto di un tipo di dichiarazione a cui ormai siamo assuefatti. Dichiarazioni clamorose, che colpiscono l’immaginario di chi ascolta ma che non hanno alcun evidente contatto con la realtà. Sembra non esista altro modo di comunicare per la nostra classe politica. Guerra, invasione, dittatura, nazismo e molti altri sono termini storicamente pesanti, ormai entrati nel lessico quotidiano dei comizi, dei social network e delle apparizioni televisive.

Con ancora più forza della parolaccia, parole come queste esaltano le tifoserie o per lo meno creano la giuste dose di scandalo, che male non fa (bene o male purché se ne parli, no?). Inutile dire che il dibattito pubblico non ne esce arricchito. Chi dichiara la guerra, la rivoluzione o quant’altro si limita a gettarla in pasto degli spettatori, ma non si prende poi la briga di approfondire, c’è subito un’altra palla di cannone da sparare. I tifosi sugli spalti sentono montare dentro una gran rabbia, ma non sanno di preciso contro che cosa. Il fumo della polvere da sparo copre la scena, i fischi degli spari rendono sordi. Si perde ogni contatto tra la parola detta e il suo significato, l’importante è esagerare, stupire e fare audience.

La violenza verbale è da sempre una componente dello scontro politico, ma oggi è la regola, non l’eccezione, ed è indirizzata alle persone più spesso che ai contenuti. In questo tipo di comunicazione sguazzano i partiti di opposizione populisti come la Lega Nord di Salvini e (anche se in modo meno sistematico rispetto a qualche mese fa) il Movimento Cinque Stelle. Anche le forze di maggioranza non ne sono però del tutto immuni. Ci sono infatti vari tipi di questa violenza verbale. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi non urla e non sbraita, ma sa quando è il momento di usarla e lo fa piuttosto bene. Definire “gufi” tutti quelli che non la pensano come lui è un modo brillante per evitare questioni di merito, e con sole due parole (“Fassina chi?”) ha liquidato per un po’ i malumori interni al suo partito.

Può sembrare paradossale la presenza di toni tanto alti in un momento in cui lo scontro politico effettivo, a ben vedere, è ridotto ai minimi termini. È chiaro infatti che a livello nazionale il Pd di Renzi ha un ruolo chiave, e continuerà ad averlo finché non emergerà un’alternativa credibile. In questo scenario si ha la spiacevole sensazione di avere a che fare con attori piuttosto che con leader politici, alla ricerca della facile indignazione piuttosto che di reali alternative di governo. Lo scatto d’ira artificiale è un’ottima arma per avere la meglio in un dibattito nei talk show televisivi. Quando non si sa più che dire, parlare male degli altri è un porto sicuro.

Questo tipo di linguaggio è anche indotto dai media, in un certo senso è ciò che il pubblico vuole. Genera una gran quantità di fumo, ma l’aria ne è satura al punto che risulta inoffensivo, finché si rimane capaci di prenderlo poco seriamente.

L’insostenibile leggerezza della mafia grillina

Due giorni fa abbiamo ricordato il ventiduesimo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari. Uccisi dalla mafia, quella vera.

Non certo quella affascinante descritta da Alessandro Di Battista, aitante deputato del Movimento Cinque Stelle, che intervistato lunedì scorso da Mentana ha proclamato: “la mafia è Civati che sta in un partito che non gli piace, la mafia è Cuperlo che cita Berlinguer e poi vota le porcate del suo partito, dopo un anno di parlamento ho capito che la mafia è tutto il sistema”. Punto. Sguardo sicuro e voce che non tentenna nemmeno un secondo nell’accostare la parola “mafia” ai nomi di Civati e Cuperlo, che poi ha definito “brave persone” (e menomale vah…) solo intrappolate in un pessimo partito.

Dichiarazioni passate sotto silenzio, ma secondo me gravi più di molte altre raccontate e ripetute allo sfinimento. Dichiarazioni che sono espressione di un pensiero debole, superficiale e qualunquista, benché espresso con toni bassi e beneducati, lontani da quelli di Beppe Grillo. Usare un termine come mafia a sproposito significa banalizzare un problema complesso, che macchia la coscienza della nostra nazione col sangue di chi la mafia l’ha combattuta concretamente, e che soffoca interi settori della nostra economia. Mettere tutto ciò sullo stesso piano di un tuo avversario politico può essere una buona mossa elettorale nel breve periodo, ma rischia innescare un gioco pericoloso, perché anche le parole che si usano hanno un loro peso.

Certo, di parole in questa campagna elettorale se ne sono usate troppe, anche se pochissime riguardo all’Europa. Ogni volta che l’incauto giornalista di turno ha provato a spostare l’attenzione sulle tematiche europee, il lesto politico di turno si è affrettato a scappare dall’argomento. Lo stesso Di Battista nel corso della già citata intervista ha liquidato la questione con poche battute. L'”esperto di questioni internazionali” (così è definito) ha proposto di “minacciare” (si, ha detto così), i paesi che possiedono il nostro debito (i soliti cattivoni francesi e tedeschi) che noi si esce dall’euro se non si fa come si vuole noi. Facile, no?

Ma alzi d’altronde la mano chi in un qualsiasi talk-show ha sentito parlare esaurientemente di trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, della questione ucraina, di modalità di pagamento del debito, di mercato del lavoro europeo o di autosufficienza energetica. Tutto liquidato in una manciata di #hastag, come se tutto ciò non ci riguardasse. Ma tutto ciò pesa eccome, che ci piaccia o no. Pesa di più delle nostre beghe casalinghe, delle nostre zuffe tra larghe intese e grillini, del nostro scandalizzarci davanti a chi minaccia di vivisezionare Dudù, dei nostri insulti. Citando Crozza, durante questa campagna elettorale più che di Schulz e Juncker si è parlato di Hitler. C’è il rischio che qualcuno voti per lui.