Sicuri che i partiti siano inutili?

C’erano una volta i partiti politici, che si candidavano per guidare un Comune, una Regione o un Paese e per fare questo indicavano delle persone, decidendo in modo del tutto arbitrario chi si e chi no. Poi è arrivato chi ha promesso di fare le cose in modo diverso: un non-partito, perché il partito è una cosa sporca.

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I fanatici e chi li scatena

In tempi così incerti, è rassicurante vedere come orde di internauti abbiano una fede assoluta, una linea ben tracciata da seguire senza mai dubitare. Internet è la religione del millennio, chi vi naviga i suoi fedeli. Chierici di Facebook, fanatici di Twitter o di Amazon rinnovano quotidianamente la loro smisurata fede verso siti web, video, prodotti online e blog. O leader politici. Come in ogni fanatismo che si rispetti, le voci contrarie vengono zittite e umiliate pubblicamente. L’eretico di turno è il blogger dell’Espresso Nonleggerlo, linciato dai discepoli di Beppe Grillo, tra i più agguerriti dell’Internet.
I fatti. Qualche giorno fa esce il caso della “baby pensione” del leader di Sel Nichi Vendola, che a 57 anni percepirà 5.618 euro lordi al mese con 10 anni di contributi da presidente della regione Puglia. Ce n’è più che a sufficienza per Beppe Grillo o chi gestisce il suo profilo Twitter per partorire l’hashtag #BabyVendola. Lo slogan di giornata viene come di consueto ripreso da seguac…. pardon, follower del leader. Fa poi parte della strategia di comunicazione di Grillo ritwittare molti di coloro che cinguettano con l’hashtag di giornata. Tra questi, il leader ne rilancia uno molto poco elegante, che allude con cattiveria all’orientamento sessuale dell’ex presidente pugliese.
È a questo punto che entra in campo il blogger Nonleggerlo, che sul proprio profilo Twitter raccoglie “il peggio della rete”, e che quindi non esita a fare il proprio mestiere. È l’inizio dell’arrembaggio da parte dei grillini, che iniziano ad accusare il blogger di diffondere il falso. Del resto il tweet scompare dal profilo di Grillo, più che sufficiente per credere non sia mai esistito, no? Di più. Comincia a circolare un falso profilo del blogger, che ammetterebbe l’errore. Oltre a essere un reato, arrivare a rubare la personalità del nemico per estorcere la confessione è sintomo di un procedimento psicologico preoccupante. La difesa del capo, ad ogni costo, il linciaggio dell’eretico, protetti dall’anonimato. Sull’internet si può.
In tutto questo, non una parola dalla fonte, né dai parlamentari del Movimento Cinque Stelle. Nessuna scusa, nemmeno un tentativo di giustificarsi dicendo che il retwitt è partito senza che ne venisse letto il contenuto. Cosa tra l’altro possibile. Non una presa di distanze da parte da parte del linciaggio o del furto di personalità compiuto dai propri supporters. Niente. Molti politici fanno ormai a gara coi giornali a scatenare gli istinti peggiori dei propri sostenitori online, senza che gli si possa attribuire alcuna responsabilità. A scrivere non sono loro, ma profili di persone che forse nemmeno esistono. Incappucciati, come membri di una setta segreta che tutto vede e tutto giudica. O insulta.

Parole forti per pensieri deboli

“Il nemico oggi è il potere centrale e una sorta di nazismo del Nord Europa che ci sta distruggendo” – Alessandro Di Battista.
 
“In Italia è in corso ora, mentre tu stati leggendo questo articolo, un colpo di stato” – Beppe Grillo.
“Padani discriminati, vittima di pulizia etnica” – Matteo Salvini.

In Europa comandano i nazisti, in Italia ci sono colpi di stato quasi quotidiani nonché casi di pulizia etnica causati dall’immigrazione clandestina. E le parole non hanno più alcun valore. Quelle riportate qui sopra sono un minimo estratto di un tipo di dichiarazione a cui ormai siamo assuefatti. Dichiarazioni clamorose, che colpiscono l’immaginario di chi ascolta ma che non hanno alcun evidente contatto con la realtà. Sembra non esista altro modo di comunicare per la nostra classe politica. Guerra, invasione, dittatura, nazismo e molti altri sono termini storicamente pesanti, ormai entrati nel lessico quotidiano dei comizi, dei social network e delle apparizioni televisive.

Con ancora più forza della parolaccia, parole come queste esaltano le tifoserie o per lo meno creano la giuste dose di scandalo, che male non fa (bene o male purché se ne parli, no?). Inutile dire che il dibattito pubblico non ne esce arricchito. Chi dichiara la guerra, la rivoluzione o quant’altro si limita a gettarla in pasto degli spettatori, ma non si prende poi la briga di approfondire, c’è subito un’altra palla di cannone da sparare. I tifosi sugli spalti sentono montare dentro una gran rabbia, ma non sanno di preciso contro che cosa. Il fumo della polvere da sparo copre la scena, i fischi degli spari rendono sordi. Si perde ogni contatto tra la parola detta e il suo significato, l’importante è esagerare, stupire e fare audience.

La violenza verbale è da sempre una componente dello scontro politico, ma oggi è la regola, non l’eccezione, ed è indirizzata alle persone più spesso che ai contenuti. In questo tipo di comunicazione sguazzano i partiti di opposizione populisti come la Lega Nord di Salvini e (anche se in modo meno sistematico rispetto a qualche mese fa) il Movimento Cinque Stelle. Anche le forze di maggioranza non ne sono però del tutto immuni. Ci sono infatti vari tipi di questa violenza verbale. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi non urla e non sbraita, ma sa quando è il momento di usarla e lo fa piuttosto bene. Definire “gufi” tutti quelli che non la pensano come lui è un modo brillante per evitare questioni di merito, e con sole due parole (“Fassina chi?”) ha liquidato per un po’ i malumori interni al suo partito.

Può sembrare paradossale la presenza di toni tanto alti in un momento in cui lo scontro politico effettivo, a ben vedere, è ridotto ai minimi termini. È chiaro infatti che a livello nazionale il Pd di Renzi ha un ruolo chiave, e continuerà ad averlo finché non emergerà un’alternativa credibile. In questo scenario si ha la spiacevole sensazione di avere a che fare con attori piuttosto che con leader politici, alla ricerca della facile indignazione piuttosto che di reali alternative di governo. Lo scatto d’ira artificiale è un’ottima arma per avere la meglio in un dibattito nei talk show televisivi. Quando non si sa più che dire, parlare male degli altri è un porto sicuro.

Questo tipo di linguaggio è anche indotto dai media, in un certo senso è ciò che il pubblico vuole. Genera una gran quantità di fumo, ma l’aria ne è satura al punto che risulta inoffensivo, finché si rimane capaci di prenderlo poco seriamente.

La democrazia dello streaming

C’è ancora qualcuno convinto che streaming faccia rima con democrazia e trasparenza? Si? Davvero? Eppure il dialogo tra sordi (magnifica definizione di Enrico Mentana) di oggi pomeriggio tra Renzi e Grillo dovrebbe aver convinto tutti del contrario. Mi sembra logico che chi ha una telecamera puntata addosso non parli a chi ha di fronte, ma al pubblico. L’ha fatto oggi Beppe Grillo, come l’ha fatto Renzi alla direzione del Pd che l’ha lanciato a Palazzo Chigi e come l’han fatto tutti gli altri con questo rituale che a breve diventerà più odioso delle riunioni segrete a porte chiuse.

Oggi è stato ancor più che evidente. Grillo si è studiato un discorso, e l’ha recitato, fregandosene di Renzi, di chi gli stava attorno (da applausi il “tu pensa alla differenziata!” quando Delrio ha osato intervenire, stoppato anche da Renzi, come dire “lascia fare ai grandi”) o dei giornalisti. Gli si poteva anche chiedere un parere sulla Critica della Ragion Pura di Kant che sarebbe andato avanti con il suo copione: “noi vogliamo l’acqua pubblica, voi privatizzarla, non sei credibile, non sai com’è il mondo, rappresenti i poteri forti, voi siete parte del problema (ai giornalisti), sono tutti contro di noi, andiamo a cambiare l’Europa ecc. ecc. ecc…”).

Per carità, per lo meno abbiamo trovato uno in grado di stroncare l’ennesimo discorso di Renzi sul paese che soffre, la gente che non ce la fa e tutto il resto. Pensate se gli fosse andato indietro, si sarebbe finiti come all’ultima direzione del Pd, trasformata in una gara a chi faceva la citazione più figa. Anche li, credete davvero che in un confronto politico a porte chiuse si parli citando scrittori o poeti? Non sarà mica che le dotte citazioni fossero indirizzate al pubblico a casa?

Ogni tanto sento dire da alcuni commentatori che è “grazie al Movimento Cinque Stelle che ora il Pd fa consultazioni e riunioni in streaming”. Beh, a mio modesto parere tra le molte cose che il Pd avrebbe potuto importare dal mondo grillino, quella dello streaming sia una delle più demenziali. Perché secondo me Grillo da dei punti al Pd non quando usa lo streaming o consulta la mitica “rete” in fantomatici referendum online, ma quando invita i suoi elettori all’impegno attivo. L’ha ribadito oggi, richiedendo impegno a partecipazione a ogni suo elettore, a cominciare dai quartieri. Un impegno e una partecipazione che non sempre sono avvenute,dal momento che il M5s subisce la concorrenza di un gran numero di associazioni per lo più lontane dai partiti, ma a cui il leader oggi ha fatto un accorato appello.

In questo si che il Partito Democratico dovrebbe seguire Grillo, sfruttando il vantaggio di un radicamento sul territorio che il Movimento Cinque Stelle ancora non conosce. Invece il partito si comporta sin troppo spesso a livello locale come quello nazionale, consumandosi in guerre tra bande interne a discapito del confronto tra idee. Non sarà la parte più popolare del “programma” del M5s, dal momento che la sua fortuna si fonda soprattutto sulla battaglia alla casta. Ma penso sia quella che più di tutte mette in discussione due diversi modelli di democrazia in campo, e che consentirebbe al Pd di riconquistare il voto di molti suoi ex-elettori delusi migrati nel movimento grillino. Ma si preferisce lo streaming.