Donald Trump, ovvero la dittatura dei media?

Nella sua opera più famosa, “La Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville esprimeva la propria preoccupazione sulla possibile nascita di una sorta di dittatura della maggioranza o, per dirla in altri termini, dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti e poi in Europa. Fonte della sua preoccupazione era lo stesso sistema democratico americano, che poneva i cittadini in una condizione di parità delle condizioni per l’epoca completamente inedita. Basti pensare che in Europa ancora si parlava quasi ovunque di Nobiltà e Clero, del tutto inesistenti nel nuovo mondo. Tocqueville (che era francese) temeva che, dipendendo dal voto di uomini sostanzialmente tutti uguali tra di loro, i governanti americani si sarebbero ben presto trovati schiavi della maggioranza che li aveva eletti, costretti ad assecondarne ogni irragionevole e repentino cambio di opinione.

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Presto e male

Su Barack Obama si può pensare bene o male, ma una cosa che non si può negare è che l’ex presidente degli Stati Uniti sia uno che sa vedere lontano. Prendere decisioni non considerando solo gli effetti che queste produrranno nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, o addirittura decenni. Per me questa è stata una caratteristica della sua presidenza assolutamente positiva. Ad altri, invece, questa tendenza (direi personale, prima che ancora che politica) dell’ex boss dà decisamente sui nervi. Mi spiego meglio.

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Donald Trump non è un incidente di percorso

Avete presente Cletus dei Simpson? Per tanti mesi gli elettori di Donald Trump ce li hanno presentati più o meno così. Maschi, bianchi, arrabbiati, poveri, bassa scolarizzazione. E sembrava di vederli, il giorno delle elezioni, uscire in massa dalle fattorie, smontare dalle Harley Davidson e recarsi al seggio con il fucile a tracolla, per mettere la propria X sul nome del miliardario newyorkese. L’America rude e un po’ selvatica, che mastica e sputa tabacco, contro tutto il resto del Paese, colto, raffinato e cosmopolita, geneticamente programmato per stare alla larga da tizi come quello là.

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La Turchia è il muro dell’Europa

Siamo così sicuri che l’Unione Europea possa permettersi di fare la lezioncina a Donald Trump? Il presidente eletto degli Stati Uniti, lo sappiamo, vuole costruire un muro al confine con il Messico. La sua intenzione scandalizza la civile e colta intellighenzia del vecchio continente che, tuttavia, non disdegna di trattare con il signor Recep Tayyip Erdoğan perché la Turchia si tenga sul proprio territorio i 3 milioni di profughi in fuga dal conflitto siriano. La “nuova” politica sull’immigrazione dell’Unione Europea prevede di stringere accordi con Paesi ritenuti “sicuri” perché si occupino in casa propria dei migranti provenienti da fuori. Rientrano nella categoria di “Paese sicuro” l’Egitto di al-Sisi e, appunto, la Turchia di Erdoğan, dove è in corso una feroce repressione del dissenso, le Ong per i diritti umani segnalano un uso sempre maggiore della tortura nelle carceri e il Presidente accarezza l’idea di reintrodurre la pena di morte. Ho scritto un articolo più dettagliato al riguardo per il sito abanews.it, se vi interessa potete leggerlo qui.

Considerazioni riguardo il dibattito sul nulla tra Hillary Clinton e Donald Trump

Democrazia dello spettacolo, democrazia dei mass media, postdemocrazia. In qualunque modo vi piaccia chiamarla, il dibattito di ieri sera tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump e Hillary Clinton è stato un esempio calzante di quella roba lì. Si stima che circa 100 milioni di persone in tutto il mondo si siano collegate per assistere in diretta al primo incontro ufficiale tra i due nella veste pretendenti alla Casa Bianca, rendendo quello tra Hillary Donald il confronto presidenziale più visto della storia. Negli States erano le 9 di sera, in Italia, per il fuso orario, le 3 del mattino.

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La mossa che potrebbe costare le elezioni a Donald Trump

Quando lo scorso 28 luglio Khizr Khan e la moglie sono saliti sul palco della convention del Partito Democratico a Philadelphia, in molti avranno pensato: “ecco qualcuno che nemmeno Donald Trump si permetterà di insultare”. Khan e compagna sono i genitori di Humayun Khan, un soldato statunitense morto in Iraq nel giugno del 2014 lanciandosi sopra una granata per salvare i compagni. La famiglia Khan è di religione musulmana, e i democrats l’hanno portata a esempio per innescare un cortocircuito nella retorica trumpiana. “Vedete, anche tra i musulmani che quello là vorrebbe deportare in massa dal nostro paese si possono trovare dei convinti patrioti, persino degli eroi” hanno voluto dire alla nazione Hillary Clinton e soci.

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Elezioni Usa 2016, cosa bolle in pentola

Sembra che la Storia (per capriccio o divertimento) abbia voluto concentrare un sacco di cose interessanti nelle elezioni statunitensi del 2016, in cui con ogni probabilità assisteremo allo scontro senza esclusione di colpi tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Il 45° presidente degli Stati Uniti potrebbe essere per la prima volta una donna (nel caso, sarà interessante vedere chi farà la first lady), ma le cose assurde/interessanti/preoccupanti sono talmente tante che il fatto che Hillary Clinton sia una donna passa assolutamente in secondo piano. Prima ancora che donna, infatti, Hillary è soprattutto una Clinton, ovvero espressione di uno dei clan familiari più influenti e potenti degli Stati Uniti, al pari dei Bush sul fronte opposto. Simbolo assoluto di establishment, contro cui si scaglia, sprezzante e minacciosa, la bionda chioma di Donald J Trump. Una chioma che, intendiamoci, in quello stesso establishment ha sguazzato per decenni, prima di diventare simbolo del risentimento americano contro la globalizzazione, le minoranze etniche (che nel frattempo hanno persino mandato un proprio figlio alla Casa Bianca, cosa che evidentemente ha sconvolto più del previsto) e i politici “all talk, no action”.

Nel 2016 americano va in scena insomma l’ennesima riproposizione dello scontro “incazzati vs élite”, con la differenza che, com’è noto, ciò che accade in quel paesone chiamato Stati Uniti ha conseguenze globali. Per questo quello che sta succedendo sull’altra sponda dell’Atlantico mi interessa particolarmente. Per questo le “Cose americane” sono diventate prima una categoria a parte di questo blog, poi una pagina Facebook e poi a loro volta un altro blog. Per questo ho deciso di dedicare la mia tesi di laurea al “fenomeno Trump”, alle strategie comunicative messe in campo dal Nostro per ottenere il clamoroso successo che ha avuto, ma anche alla ricerca delle radici ideologiche del suo messaggio, che solo apparentemente non esistono e forse troppo sbrigativamente vengono bollate come “populismo”.

Se anche a voi interessano o intrigano le “Cose americane” di questo strano ma interessantissimo 2016, vi invito a cliccare “Mi piace” sulla pagina Facebook e/o a iscrivervi al canale Telegram, per avere le notizie sulla campagna elettorale sempre a portata di smartphone (cos’è Telegram? cos’è un canale? è una figata, lo spiega bene questo articolo). Vi aspetto!

P.s.: al momento il blog “Cose americane” è gestito solo da me medesimo. Se qualcuno fosse interessato a collaborare con articoli, spunti, idee o qualsiasi cosa riguardante le elezioni ma anche la politica o la storia degli Stati Uniti, non esiti a contattarmi. Più voci ci sono più interessante diventa!

Foto in evidenza di panamapost.com

Le letture del mese scorso – giugno 2016

Tantissimi articoli e spunti interessanti in quest’edizione delle “letture del mese scorso”, che raccoglie le migliori letture (almeno per me) del mese di giugno finito ieri. Spazio alle grandi questioni geopolitiche come la Brexit e le elezioni statunitensi, ma anche alle mitiche maratone di Mentana e ad altri spunti e curiosità generali. Insomma, ce n’è come al solito per tutti i gusti. L’immagine in evidenza è di Andrea Remondini.

  • Il New York Times sta provando ad aprirsi al mondo, con edizioni tradotte in diversi paesi. È questo il futuro dei colossi della stampa mondiale? Se l’è chiesto Il Post, in un articolo che elenca i pro e i contro di questa strategia.

Il Post – Il New York Times vuole conquistare il mondo

  • Giugno è stato il mese in cui è diventato ufficiale che a contendersi la Casa Bianca saranno Donald Trump e Hillary Clinton. Il Washington Post ha messo a confronto i programmi dei due candidati punto per punto. Articolo curato da Katie Zezima e Matthew Callahan.

The Washington Post – Donald Trump vs Hillary Clinton on the issues

  • Non solo Donald e Hillary. Anche se in genere non contano molto, negli Stati Uniti ci sono almeno altri 2 partiti: i verdi e i libertari. Questi ultimi quest’anno presentano come candidato Gary Johnson, e alcuni sondaggi lo danno intorno al 10%, aiutato dalla bassa popolarità dei candidati dei partiti principali. Un suo ritratto curato da Francesco Costa, ancora su Il Post.

Il Post – C’è un terzo candidato alle elezioni americane

  • La scelta del “Giornale” di pubblicare il “Mein Kampf” di Hitler ha scatenato molte polemiche, online e non. Ma è proprio questo il problema, o il fatto che la scuola non fornisce più gli strumenti per leggere nel modo giusto documenti storici come questo? Un’utile riflessione di Girolamo De Michele su “Il lavoro culturale”.

Il lavoro culturale – Il Mein Kampf che viene. Storia, competenze e buona scuola

  • Microsoft ha acquistato il social network LinkedIn per la cifra record di 26 miliardi di dollari, nel tentativo di imporre il proprio monopolio nel mondo dei professionisti. Giuditta Mosca ci spiega le cause dell’operazione su Wired Italia.

Wired – Ecco perché Microsoft ha comprato LinkedIn

  • Da noi spesso vista come un insopportabile privilegio, negli stati con un governo autoritario l’immunità parlamentare è spesso uno strumento per difendere i parlamenti dallo strapotere dell’esecutivo. Un articolo della serie “The Economist explain” tradotto in italiano su Internazionale.

Internazionale – Perché l’immunità parlamentare è ancora utile

  • Lo scorso mese, l’ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato in pericolo di vita a causa di un problema cardiaco, e ha dovuto sostenere un intervento piuttosto delicato. La prospettiva della sua scomparsa, divenuta improvvisamente concreta, sembra aver “ammorbidito” anche il giudizio di quelli che sono stati i suoi più acerrimi rivali, in quella che sembra una vita politica fa. La riflessione di Davide Piacenza su Rivista Studio.

Rivista Studio – Amico Silvio

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La strage di Orlando ha riacceso il dibattito sulle armi da fuoco negli Stati Uniti, con conseguenze anche sulla campagna elettorale presidenziale. Scopri di più su coseamericane.wordpress.com.  Foto di newsday.com
  • Il secondo emendamento è da sempre lo strumento giuridico che secondo molti assicura ai cittadini statunitensi il diritto a possedere armi da fuoco, ma è proprio così? Questo interessante articolo di Brett Arends pubblicato su Market Watch smonta la teoria, cara ai fanatici delle armi.

Market Watch – What America’s gun fanatics won’t tell you

  • Tra elezioni amministrative e referendum sulla Brexit, il mese appena trascorso ha visto per ben 3 volte il direttore di La7 Enrico Mentana entrare negli schermi degli italiani, nelle sue ormai proverbiali “maratone”, diventate a pieno titolo un evento televisivo. Ne scrive, tra il serio e il faceto, Vincenzo Ligresti su Vice.

Vice – Come le maratone di Mentana sono diventate il nostro late show

  • C’è un filo rosso che lega la Brexit a Donald Trump, il Movimento Cinque Stelle e il Front National di Marine Le Pen? Secondo il direttore del Post Luca Sofri si. Il lungo articolo pubblicato sul suo blog personale è una lettura più o meno condivisibile, ma senz’altro stimolante.

Wittgenstein – Cosa sta succedendo?

  • Cos’è stata la Brexit? Un voto contro gli immigrati e l’integrazione dettato dalla xenofobia o una ribellione alle élite ormai lontane dal popolo? Secondo David Randall, la seconda delle due. Una traduzione del suo pensiero è stata pubblicata sul sito di Internazionale.

Internazionale – Le ragioni della Brexit spiegate da un inglese

  • Ancora sulla Brexit. Che conseguenze geopolitiche avrà sull’Europa l’uscita di Londra dall’Unione? Ce lo spiega l’analista di Limes Dario Fabbri in un articolo pubblicato su tvsvizzera.it.

Tv Svizzera – La brexit e il futuro dell’Unione Europea

Articoli o storie da consigliare per il mese prossimo? Segnalameli nei commenti.
Ti aspetto!

 

Come Donald Trump ha conquistato il Partito Repubblicano

Foto di Lifegate.com

Ora che è successo, è il momento di chiedersi come diamine è successo che Donald Trump abbia conquistato uno dei due schieramenti su cui si fonda il sistema politico degli Stati Uniti d’America: il Partito Repubblicano.

Prima, però, iniziamo con le ammissioni dolorose: ho cannato il pronostico. Come ricorderete, all’inizio delle primarie avevo profetizzato la vittoria del texano Ted Cruz. Non giocherò dunque a fare quello “che aveva previsto tutto”. Se a gennaio avessi dovuto puntare dei soldi, non li avrei puntati su Trump.

Certo, sarei stato in buona compagnia.

Quanti sondaggisti, sociologi, politologici, psicologi e astrologi ci hanno detto in tutti i modi che no, quello li non avrebbe mai vinto le primarie del Grand Old Party? Poi sono passate le settimane, e dalle previsioni (speranze?) di una su sconfitta elettorale si è passati a parlare di brokered convention. Poi ci sono state le primarie in Indiana, gli sfidanti rimasti in piedi Ted Cruz e John Kasich si sono ritirati, io ho definitivamente perso la mia scommessa e Donald J. Trump è diventato il candidato repubblicano per le presidenziali di novembre.

Non sto dicendo che tutti quelli che pronosticavano la sconfitta di The Donald siano degli incompetenti. Semplicemente, come segnalato in questo bell’articolo, il nostro si è fatto beffe di un sacco di “regole non scritte” della politica statunitense, mostrando al mondo che nelle scienze sociali le regole valgono fino a che decidiamo che valgono.

“I candidati non devono fare gaffe”

Ne ha fatte tante, tantissime, una marea. E ha vinto.
Qui prende in giro un giornalista disabile, per dire…

“I candidati devono trattare coi guanti le minoranze etniche”

Ha definito i messicani “criminali e stupratori” (vedere il video sopra, prima parte), ha invocato il bando totale dei musulmani dagli Stati Uniti. E ha vinto.

“I candidati non devono insultarsi a vicenda”

Serve che faccia esempi?

Insomma, di queste e molte altre convenzioni Trump ha fatto un aeroplanino di carta, e l’ha lanciato dall’ultimo piano di uno dei suoi grattacieli di Las Vegas. In fondo, come nota in conclusione Emily Thorson (che è professore di Scienze Politiche oltre che autore dell’articolo citato poc’anzi), la ragione dell’imprevisto successo di Trump non può essere una sola, e anche per questo la politica è interessante.

Chiudiamo con un piccolo cenno alle responsabilità dello stesso Partito Repubblicano, che solo adesso sta iniziando a riprendersi dallo shock e a compattarsi dietro al candidato indicato dai propri elettori (non tutti, a dire il vero). Un partito che negli ultimi anni si è fatto inondare dagli estremisti del Tea Party, che con la maggioranza in entrambi i rami del Congresso ha fatto ostruzionismo selvaggio all’amministrazione Obama, e che ha flirtato con quella parte dell’opinione pubblica che ritiene Obama “non del tutto americano” se non musulmano, non poteva che produrre un candidato come Trump. E, forse, gli è andata sin bene.