Guerra civile nel Partito repubblicano?

Il Partito repubblicano e il Partito democratico statunitense esistono rispettivamente dal 1854 e dal 1828. Forse non esiste al mondo sistema politico più stabile di quello americano, con sempre gli stessi due partiti al centro della scena, disturbati solo occasionalmente da terzi incomodi che mai sono riusciti a sopravvivere per più di una o due tornate elettorali. Tuttavia, il fatto che i nomi non siano mai cambiati non significa che i due partiti siano rimasti sempre uguali a loro stessi. Prendiamo il caso del Partito democratico. Ai tempi della guerra civile era il partito degli schiavisti, votato soprattutto negli stati del sud. Ancora negli anni ’60, i democratici del sud si opposero violentemente al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, con il governatore dell’Alabama George Wallace che proclamava “segregazione oggi, segregazione domani, segregazione per sempre”. L’approvazione del Civil Rights Act del 1964 da parte del presidente democratico (e del sud, per giunta) Lyndon Johnson segnò un punto di svolta. Il sud passò da blu (colore dei dems) a rosso (quello dei repubblicani). I democrats persero progressivamente la base conservatrice per diventare partito quasi egemone tra le minoranze etniche, fino all’elezione, nel 2008, del primo presidente afroamericano.

Tutto questo per dire che, oggi, potrebbe essere l’altro protagonista tradizionale della politica d’oltreoceano, il Partito repubblicano, a trovarsi in un momento di passaggio, al termine del quale potrebbe uscire profondamente cambiato rispetto a com’era prima. E se state pensando a Trump, no, la cosa è un po’ più complessa di così.

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Charlottesville e il nazismo strisciante: una proposta di lettura

In un surreale mondo in cui Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, può essere che la fantasia arrivi dove non possono studio e analisi. E allora, per provare a riflettere su quanto avvenuto a Charlottesville qualche giorno fa, più che un manuale di storia mi sentirei di proporre un libro che mi è capitato di leggere recentemente: Il complotto contro l’America, di Philip Roth. Un romanzo di fantapolitica, per l’appunto.

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Donald Trump, ovvero la dittatura dei media?

Nella sua opera più famosa, “La Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville esprimeva la propria preoccupazione sulla possibile nascita di una sorta di dittatura della maggioranza o, per dirla in altri termini, dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti e poi in Europa. Fonte della sua preoccupazione era lo stesso sistema democratico americano, che poneva i cittadini in una condizione di parità delle condizioni per l’epoca completamente inedita. Basti pensare che in Europa ancora si parlava quasi ovunque di Nobiltà e Clero, del tutto inesistenti nel nuovo mondo. Tocqueville (che era francese) temeva che, dipendendo dal voto di uomini sostanzialmente tutti uguali tra di loro, i governanti americani si sarebbero ben presto trovati schiavi della maggioranza che li aveva eletti, costretti ad assecondarne ogni irragionevole e repentino cambio di opinione.

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Presto e male

Su Barack Obama si può pensare bene o male, ma una cosa che non si può negare è che l’ex presidente degli Stati Uniti sia uno che sa vedere lontano. Prendere decisioni non considerando solo gli effetti che queste produrranno nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, o addirittura decenni. Per me questa è stata una caratteristica della sua presidenza assolutamente positiva. Ad altri, invece, questa tendenza (direi personale, prima che ancora che politica) dell’ex boss dà decisamente sui nervi. Mi spiego meglio.

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Donald Trump non è un incidente di percorso

Avete presente Cletus dei Simpson? Per tanti mesi gli elettori di Donald Trump ce li hanno presentati più o meno così. Maschi, bianchi, arrabbiati, poveri, bassa scolarizzazione. E sembrava di vederli, il giorno delle elezioni, uscire in massa dalle fattorie, smontare dalle Harley Davidson e recarsi al seggio con il fucile a tracolla, per mettere la propria X sul nome del miliardario newyorkese. L’America rude e un po’ selvatica, che mastica e sputa tabacco, contro tutto il resto del Paese, colto, raffinato e cosmopolita, geneticamente programmato per stare alla larga da tizi come quello là.

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La Turchia è il muro dell’Europa

Siamo così sicuri che l’Unione Europea possa permettersi di fare la lezioncina a Donald Trump? Il presidente eletto degli Stati Uniti, lo sappiamo, vuole costruire un muro al confine con il Messico. La sua intenzione scandalizza la civile e colta intellighenzia del vecchio continente che, tuttavia, non disdegna di trattare con il signor Recep Tayyip Erdoğan perché la Turchia si tenga sul proprio territorio i 3 milioni di profughi in fuga dal conflitto siriano. La “nuova” politica sull’immigrazione dell’Unione Europea prevede di stringere accordi con Paesi ritenuti “sicuri” perché si occupino in casa propria dei migranti provenienti da fuori. Rientrano nella categoria di “Paese sicuro” l’Egitto di al-Sisi e, appunto, la Turchia di Erdoğan, dove è in corso una feroce repressione del dissenso, le Ong per i diritti umani segnalano un uso sempre maggiore della tortura nelle carceri e il Presidente accarezza l’idea di reintrodurre la pena di morte. Ho scritto un articolo più dettagliato al riguardo per il sito abanews.it, se vi interessa potete leggerlo qui.

Considerazioni riguardo il dibattito sul nulla tra Hillary Clinton e Donald Trump

Democrazia dello spettacolo, democrazia dei mass media, postdemocrazia. In qualunque modo vi piaccia chiamarla, il dibattito di ieri sera tra i candidati alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump e Hillary Clinton è stato un esempio calzante di quella roba lì. Si stima che circa 100 milioni di persone in tutto il mondo si siano collegate per assistere in diretta al primo incontro ufficiale tra i due nella veste pretendenti alla Casa Bianca, rendendo quello tra Hillary Donald il confronto presidenziale più visto della storia. Negli States erano le 9 di sera, in Italia, per il fuso orario, le 3 del mattino.

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La mossa che potrebbe costare le elezioni a Donald Trump

Quando lo scorso 28 luglio Khizr Khan e la moglie sono saliti sul palco della convention del Partito Democratico a Philadelphia, in molti avranno pensato: “ecco qualcuno che nemmeno Donald Trump si permetterà di insultare”. Khan e compagna sono i genitori di Humayun Khan, un soldato statunitense morto in Iraq nel giugno del 2014 lanciandosi sopra una granata per salvare i compagni. La famiglia Khan è di religione musulmana, e i democrats l’hanno portata a esempio per innescare un cortocircuito nella retorica trumpiana. “Vedete, anche tra i musulmani che quello là vorrebbe deportare in massa dal nostro paese si possono trovare dei convinti patrioti, persino degli eroi” hanno voluto dire alla nazione Hillary Clinton e soci.

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Elezioni Usa 2016, cosa bolle in pentola

Sembra che la Storia (per capriccio o divertimento) abbia voluto concentrare un sacco di cose interessanti nelle elezioni statunitensi del 2016, in cui con ogni probabilità assisteremo allo scontro senza esclusione di colpi tra Hillary Clinton e Donald Trump.

Il 45° presidente degli Stati Uniti potrebbe essere per la prima volta una donna (nel caso, sarà interessante vedere chi farà la first lady), ma le cose assurde/interessanti/preoccupanti sono talmente tante che il fatto che Hillary Clinton sia una donna passa assolutamente in secondo piano. Prima ancora che donna, infatti, Hillary è soprattutto una Clinton, ovvero espressione di uno dei clan familiari più influenti e potenti degli Stati Uniti, al pari dei Bush sul fronte opposto. Simbolo assoluto di establishment, contro cui si scaglia, sprezzante e minacciosa, la bionda chioma di Donald J Trump. Una chioma che, intendiamoci, in quello stesso establishment ha sguazzato per decenni, prima di diventare simbolo del risentimento americano contro la globalizzazione, le minoranze etniche (che nel frattempo hanno persino mandato un proprio figlio alla Casa Bianca, cosa che evidentemente ha sconvolto più del previsto) e i politici “all talk, no action”.

Nel 2016 americano va in scena insomma l’ennesima riproposizione dello scontro “incazzati vs élite”, con la differenza che, com’è noto, ciò che accade in quel paesone chiamato Stati Uniti ha conseguenze globali. Per questo quello che sta succedendo sull’altra sponda dell’Atlantico mi interessa particolarmente. Per questo le “Cose americane” sono diventate prima una categoria a parte di questo blog, poi una pagina Facebook e poi a loro volta un altro blog. Per questo ho deciso di dedicare la mia tesi di laurea al “fenomeno Trump”, alle strategie comunicative messe in campo dal Nostro per ottenere il clamoroso successo che ha avuto, ma anche alla ricerca delle radici ideologiche del suo messaggio, che solo apparentemente non esistono e forse troppo sbrigativamente vengono bollate come “populismo”.

Se anche a voi interessano o intrigano le “Cose americane” di questo strano ma interessantissimo 2016, vi invito a cliccare “Mi piace” sulla pagina Facebook e/o a iscrivervi al canale Telegram, per avere le notizie sulla campagna elettorale sempre a portata di smartphone (cos’è Telegram? cos’è un canale? è una figata, lo spiega bene questo articolo). Vi aspetto!

P.s.: al momento il blog “Cose americane” è gestito solo da me medesimo. Se qualcuno fosse interessato a collaborare con articoli, spunti, idee o qualsiasi cosa riguardante le elezioni ma anche la politica o la storia degli Stati Uniti, non esiti a contattarmi. Più voci ci sono più interessante diventa!

Foto in evidenza di panamapost.com