Ma che ci frega di Davos, in fondo?

giphySe dico “Davos” alla maggior parte della popolazione mondiale di età inferiore ai 30 anni viene in mente un gran personaggio del Trono di Spade. Invece, per un ristretto numero di fissati, Davos è la sede del meeting annuale del World Economic Forum, che ospita il gotha della finanza e della politica internazionale. Una volta all’anno, i politici di tutto il mondo si ritrovano tutti insieme nella cittadina svizzera, ripetono le stesse identiche cose di sempre, ma solo per il fatto di trovarsi li vengono riportati, commentati e interpretati in tutto il mondo.

 

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Ho votato Trump perché

downloadIl New York Times, che diciamo non ama particolarmente l’attuale presidente degli Stati Uniti, ha deciso di pubblicare gli interventi dei suoi lettori che invece lo supportano, lasciando esprimere il loro punto di vista dopo un anno di presidenza Trump. Alcune delle lettere sono particolarmente interessanti, e sfatano molti stereotipi e luoghi comuni:

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Il mondo è in mano ai pazzi o forse no

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Nel suo discorso di capodanno, il presidente della Repubblica nordcoreana Kim Jong-un ha aperto al dialogo con i nemici storici della Corea del Sud e in un successivo incontro, lo scorso 9 gennaio, si è accordato con Seoul per consentire a una coppia di pattinatori nordcoreani di partecipare alle olimpiadi invernali, in programma a febbraio nella parte meridionale della penisola.

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Nessuno sa cosa siano – davvero – le fake news

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Craig Silverman ha scritto di essersi pentito per aver inventato, nel lontano 2014, l’espressione fake news. Nell’articolo – confessione pubblicato su Buzzfeed, il giornalista ripercorre la storia e le disavventure di un’espressione che ha segnato il 2017 finito pochi giorni fa e che (temo) avrà un ruolo da giocare anche nel futuro prossimo.

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Il tax bill di Trump, tra sogni reaganiani e avvertimenti all’Europa

Donald J Trump è diventato presidente degli Stati Uniti grazie alla vittoria elettorale in stati operai e tradizionalmente democratici come il Michigan e il Wisconsin. Stati in cui la vittoria di Hillary Clinton era data per scontata al punto che nessuno dei due candidati vi investì troppe risorse durante la campagna, l’una dandoli per acquisiti, l’altro (forse) per persi. Nel discorso della vittoria, Trump dirà poi che “gli americani dimenticati non lo saranno più”.

La strana alleanza tra il miliardario newyorkese e la classe operaia dell’America profonda fece nascere il mito di un Trump campione dell’America di serie B, povera o quantomeno impoverita dalla crisi e dalla globalizzazione, arrabbiata e tradita da un partito democratico – quello di Obama e Clinton – incapace di darle risposte soddisfacenti.

Parte della stampa disegnava, allora, l’immagine di un repubblicano atipico, apparentemente più amato dalla gente (o meglio dalla “sua” gente) che dall’establishment politico, economico e finanziario. Dopo quasi un anno di effettiva amministrazione Trump, possiamo dire che quel disegno non corrisponde alla realtà. Wall Street va a gonfie vele e anche il mondo dell’economia sembra tutt’altro che turbato dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

Più altalenante – è vero – è stato il rapporto con il mondo politico, in particolare il suo stesso partito, quello repubblicano. Il mancato repeal dell’Obamacare, tra i punti forti della campagna elettorale dell’ex conduttore di the apprentice, è stato causato da alcune defezioni tra le fila amiche.

Questa settimana, però, il congresso controllato dai repubblicani ha votato per un enorme taglio delle tasse, in piena sintonia con la Casa Bianca. Anche questa misura, assolutamente in linea con la più classica storia repubblicana, era tra i punti del programma elettorale di Trump.

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Guerra civile nel Partito repubblicano?

Il Partito repubblicano e il Partito democratico statunitense esistono rispettivamente dal 1854 e dal 1828. Forse non esiste al mondo sistema politico più stabile di quello americano, con sempre gli stessi due partiti al centro della scena, disturbati solo occasionalmente da terzi incomodi che mai sono riusciti a sopravvivere per più di una o due tornate elettorali. Tuttavia, il fatto che i nomi non siano mai cambiati non significa che i due partiti siano rimasti sempre uguali a loro stessi. Prendiamo il caso del Partito democratico. Ai tempi della guerra civile era il partito degli schiavisti, votato soprattutto negli stati del sud. Ancora negli anni ’60, i democratici del sud si opposero violentemente al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, con il governatore dell’Alabama George Wallace che proclamava “segregazione oggi, segregazione domani, segregazione per sempre”. L’approvazione del Civil Rights Act del 1964 da parte del presidente democratico (e del sud, per giunta) Lyndon Johnson segnò un punto di svolta. Il sud passò da blu (colore dei dems) a rosso (quello dei repubblicani). I democrats persero progressivamente la base conservatrice per diventare partito quasi egemone tra le minoranze etniche, fino all’elezione, nel 2008, del primo presidente afroamericano.

Tutto questo per dire che, oggi, potrebbe essere l’altro protagonista tradizionale della politica d’oltreoceano, il Partito repubblicano, a trovarsi in un momento di passaggio, al termine del quale potrebbe uscire profondamente cambiato rispetto a com’era prima. E se state pensando a Trump, no, la cosa è un po’ più complessa di così.

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Charlottesville e il nazismo strisciante: una proposta di lettura

In un surreale mondo in cui Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, può essere che la fantasia arrivi dove non possono studio e analisi. E allora, per provare a riflettere su quanto avvenuto a Charlottesville qualche giorno fa, più che un manuale di storia mi sentirei di proporre un libro che mi è capitato di leggere recentemente: Il complotto contro l’America, di Philip Roth. Un romanzo di fantapolitica, per l’appunto.

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Donald Trump, ovvero la dittatura dei media?

Nella sua opera più famosa, “La Democrazia in America”, Alexis de Tocqueville esprimeva la propria preoccupazione sulla possibile nascita di una sorta di dittatura della maggioranza o, per dirla in altri termini, dell’opinione pubblica, negli Stati Uniti e poi in Europa. Fonte della sua preoccupazione era lo stesso sistema democratico americano, che poneva i cittadini in una condizione di parità delle condizioni per l’epoca completamente inedita. Basti pensare che in Europa ancora si parlava quasi ovunque di Nobiltà e Clero, del tutto inesistenti nel nuovo mondo. Tocqueville (che era francese) temeva che, dipendendo dal voto di uomini sostanzialmente tutti uguali tra di loro, i governanti americani si sarebbero ben presto trovati schiavi della maggioranza che li aveva eletti, costretti ad assecondarne ogni irragionevole e repentino cambio di opinione.

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Presto e male

Su Barack Obama si può pensare bene o male, ma una cosa che non si può negare è che l’ex presidente degli Stati Uniti sia uno che sa vedere lontano. Prendere decisioni non considerando solo gli effetti che queste produrranno nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, o addirittura decenni. Per me questa è stata una caratteristica della sua presidenza assolutamente positiva. Ad altri, invece, questa tendenza (direi personale, prima che ancora che politica) dell’ex boss dà decisamente sui nervi. Mi spiego meglio.

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Donald Trump non è un incidente di percorso

Avete presente Cletus dei Simpson? Per tanti mesi gli elettori di Donald Trump ce li hanno presentati più o meno così. Maschi, bianchi, arrabbiati, poveri, bassa scolarizzazione. E sembrava di vederli, il giorno delle elezioni, uscire in massa dalle fattorie, smontare dalle Harley Davidson e recarsi al seggio con il fucile a tracolla, per mettere la propria X sul nome del miliardario newyorkese. L’America rude e un po’ selvatica, che mastica e sputa tabacco, contro tutto il resto del Paese, colto, raffinato e cosmopolita, geneticamente programmato per stare alla larga da tizi come quello là.

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