Guida pratica alle elezioni francesi

Tra esattamente un mese (il 23 aprile) ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Si tratta di un appuntamento molto importante, il cui esito – si dice – potrebbe segnare significativamente il futuro dell’Unione Europea. In testa alla maggior parte dei sondaggi, infatti, al primo turno c’è Marine Le Pen, leader del Front National, che in caso di vittoria promette un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione, in stile Brexit per intenderci.  Con questo post vorrei fornire ai lettori che lo desiderano una guida minima per orientarsi nel voto francese.

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2017, un anno di elezioni

Lo so, lo so.

Stiamo ancora smaltendo i postumi di un 2016 da montagne russe (qualcuno ha detto Donald Trump?) e la tentazione e di fermarsi a riflettere su quello che è stato è forte. Epperò, il 2017 sarà un anno almeno altrettanto decisivo, con tre appuntamenti elettorali importanti in Europa. In ordine di tempo si recheranno infatti alle urne Olanda, Francia e Germania.

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Immagini dalla Parigi in stato d’emergenza

Appeso al portone d’ingresso dello studentato di Parigi in cui ho dormito per due notti c’era un cartello con scritto “Allerta attentato”. Cartelli come quello sono appesi sulle porte di ogni luogo pubblico della capitale francese: musei, librerie, università, scuole, eccetera. Insieme al cartello che segnala l’allerta ce n’è spesso un altro che spiega che, a causa dell’allerta, è possibile che per entrare nel luogo in questione ci si debba sottoporre a perquisizione. Oltre che possibile, è anche molto probabile. Si è liberi di rifiutare, ma – spiega il cartello – in questo caso l’accesso potrebbe essere impedito.

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Il cartello che segnala l’allerta attentato
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Il cartello insieme alla relativa spiegazione

Lo stato d’emergenza proclamato dal presidente Hollande subito dopo gli attentati dello scorso novembre è entrato nella quotidianità degli abitanti di Parigi. Militari in tuta mimetica girano per le strade armati di mitra, e lo stesso vale per i poliziotti. Le linee della metro vengono continuamente rallentate a causa di “bagagli sospetti”. L'”état d’urgence” è entrato in vigore lo scorso 26 novembre, e sarebbe dovuto durare tre mesi. A gennaio il Parlamento francese ha votato per la proroga di altri 3 mesi. In questo momento, la fine dello stato d’emergenza è prevista per il 25 maggio 2016.

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Un monitor nella metro avvisa che il traffico è rallentato a causa di un “bagaglio sospetto”. Succede spesso.
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Coda per la perquisizione davanti all’Università Sorbona

La mia sensazione assolutamente da turista è che, in linea di massima, le persone accettino qualche controllo in più in nome della sicurezza. Tuttavia, lo scorso 12 marzo una manifestazione contro lo stato d’urgenza ha portato nelle vie di Parigi 150 organizzazioni, per un numero di manifestanti compreso tra i 1100 e i 1300 (fonte francais.rt.com).

Alcune immagini della manifestazione:

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Intorno alla questione centrale dello stato d’emergenza, la manifestazione ha raccolto anche movimenti per la pace, per i diritti dei migranti e contro la legge sul lavoro (una specie di jobs act da quello che ho capito), attualmente al centro di furiose trattative tra governo e sindacati. La Francia sta insomma attraversando un momento piuttosto effervescente dal punto di vista politico.

Un piccolo estratto della manifestazione:

Oltre ai disagi provocati dai continui controlli, ci sono motivi più profondi per manifestare contro lo stato d’emergenza. Le misure concesse da questa situazione straordinaria indeboliscono o addirittura sospendono alcune delle libertà previste dallo stato di diritto. I prefetti sono investiti di poteri speciali quali dichiarare il coprifuoco, impedire qualsiasi tipo di manifestazione pubblica, interrompere la libera circolazione delle persone e chiudere qualsiasi tipo di locale pubblico. La paura è che prolungare per troppo tempo questo tipo di misure possa alterare il Dna democratico dello stato francese.

Il dibattito sulla sicurezza, e fino a che punto gli Stati possano e debbano spingersi per garantirla, ha investito in modo drammatico l’occidente dopo l’11 settembre. La questione tocca diversi aspetti, quali la privacy (come ci insegna il recente caso Fbi-Apple) o i diritti civili, come vediamo dalle manifestazioni di Parigi. Si tratta forse della questione più spinosa del nostro tempo, e una risposta facile non c’è.

Per chiudere, vi lascio con un po’ di immagini di Parigi, che al di là di tutto resta una città splendida. Au revoir!

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Le letture del mese scorso – febbraio 2016

Questa edizione delle “Letture del mese scorso” è leggermente diversa dalle altre. Per prima cosa (ve ne sarete accorti) per la bella illustrazione che apre questo post, realizzata dal mio amico designer Andrea Remondini, che ovviamente ringrazio. Ma qualcosa cambia anche nel modo di organizzare gli articoli raccolti. In particolare, per 2 dei temi dello scorso mese qui trattati ho scelto di raggruppare più di un articolo, per guardare la stessa storia da punti di vista diversi o per mettere a confronto 2 opinioni opposte. Come al solito si parla un po’ di tutto, di alcuni dei fatti più importanti dell’ultimo mese ma anche di cose semplicemente interessanti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti!
Detto questo, buon inizio mese e buona lettura!

  • La notizia dell’assassinio di Giulio Regeni ha iniziato a circolare intorno ai primi di febbraio, nonostante il delitto sia stato compiuto negli ultimi giorni del mese precedente. Oltre alla commozione per la morte del giovane ricercatore si è anche iniziato a riflettere sulla natura del regime di al-Sisi. Di seguito due riflessioni sulla situazione egiziana pubblicate su Repubblica e Alegre, e un’analisi dei rapporti economici-commerciali che legano il nostro paese all’Egitto, rendendolo un patner troppo prezioso per poterne fare a meno, pubblicata su Pagina99. Al tempo stesso, però, anche l’Egitto non può fare a meno di noi, e proprio nei rapporti economici tra i 2 paesi sta la chiave per pretendere la verità sulla morte del ricercatore.

Repubblica – Un paese nella violenza

Alegre – Cose che non possiamo più ignorare dopo la morte di Giulio Regeni

Pagina 99 – Che carte ha l’Italia per far luce sulla fine di Giulio Regeni

  • In un momento in cui si fa sempre più concreta l’ipotesi di un intervento militare in Libia a guida italiana, è interessante leggere questa breve rassegna dei crimini dell’Italia in Libia in epoca fascista e prefascista. Citando testimonianze di storici e di organi di stampa dell’epoca, questo articolo scritto da Mattia Salvia e pubblicato su Vice smentisce il mito del colonialismo “umano” degli italiani in Africa.

Vice – I crimini dimenticati del colonialismo italiano in Libia

  • Il Post ha tradotto in italiano un articolo pubblicato sul Washington Post in cui Kathy Kiely spiega il motivo che l’ha spinta a dimettersi da direttrice di Bloomberg Politics: l’impossibilità di parlare del proprio datore di lavoro. Partendo dalla propria esperienza personale, l’autrice si fa una domanda: i giornalisti possono ancora mantenere la propria indipendenza oggi che i mezzi d’informazione sono concentrati in imperi mediatici con editori sempre più ricchi e potenti?

Il Post – Il buon giornalismo può resistere ai facoltosi imprenditori che lo mantengono?

  • Un bel ritratto di Pierluigi Battista, pubblicato sulla Rivista Studio. L’editorialista del Corriere ha scritto recentemente un libro intitolato “Mio padre era fascista”, in cui rivede con occhio critico il suo ribellismo giovanile nei confronti del padre. L’autore dell’articolo collega questo suo “pentimento” con il rivendicato “terzismo” del giornalista, che lo spinge a criticare tanto la destra nostalgica quanto (e forse di più) la sinistra che si pretende moralmente e culturalmente superiore. Al di là del merito della posizione di Battista, lettura a mio avviso interessante per vedere come fascismo e antifascismo ancora influenzino il dibattito pubblico italiano, anche i suoi protagonisti più insospettabili.

Studio – Contro il “giusto”

  • Il parlamento francese ha approvato una legge che consente di privare della nazionalità chi è accusato di terrorismo. Era una delle misure annunciate da Hollande subito dopo gli attentati di Parigi dello scorso novembre. Una spiegazione di cosa comporta questa storica riforma su Internazionale.

Internazionale – Cosa prevede la riforma sulla revoca della nazionalità in Francia

  • Quando lo scorso 17 febbraio Apple negò all’Fbi l’assistenza tecnica per “scardinare” l’iPhone dell’autore della strage di San Beranardino dello scorso dicembre (nonostante l’esplicita richiesta di un tribunale), criticai il comportamento dell’azienda sul mio profilo Facebook. Poi, approfondendo la notizia nei giorni successivi, ho capito che la questione è un po’ più complicata di quello che sembra. Chiariamoci, parliamo sempre di un’azienda privata che si prende la libertà di decidere i confini tra privacy e sicurezza, ma la richiesta del tribunale potrebbe effettivamente generare un precedente inquietante. Insomma, è un bel dilemma, di cui non pretendo di avere la soluzione. Per questo propongo la lettura di 2 opinioni contrastanti, quella di Beppe Severgnini sul Corriere (che dà ragione al tribunale) e quella di Fabio Chiusi su Valigia Blu (che dà ragione a Apple).

Corriere Della Sera – Prima i clienti poi i cittadini, la scelta sbagliata di Apple

Valigia Blu – FBI-Apple: la battaglia sulla criptografia. E perché Apple ha ragione

  • Oggi è il Super Tuesday delle primarie statunitensi, e se Donald Trump vincesse diventerebbe quasi sicuramente il candidato dei repubblicani per la presidenza. In pochi se lo sarebbero immaginato solo pochi mesi fa. Trump è spesso descritto come un outsider venuto dallo spazio che sta scalando il partito nell’incredulità generale. In questa lettura che ne dà Robert Kagan sul Washington Post, il fenomeno Trump è invece solo la naturale conseguenza di quel mix di populismo, complottismo e paranoia in cui il partito repubblicano è scivolato negli ultimi anni. Un cambio di prospettiva interessante.

The Washington Post – Trump is the GOP’s Frankenstein monster. Now he’s strong enough to destroy the party.

  • Cosa succede se al referendum del 23 giugno la Gran Bretagna vota per uscire dall’Unione Europea? Provano a spiegarlo Richard Milne e Peter Spiegel sul Financial Times.

Financial Times – Brexit: Fraying union

Articoli o storie da consigliare? Segnalameli nei commenti.
Ti aspetto!

Continuiamo a non capire

Regional elections in France
Marine Le Pen, leader del Front National e trionfatrice alle elezioni regionali svoltesi ieri in Francia

C’è la forte tentazione di collegare la vittoria alle elezioni regionali francesi del Front National di Marine Le Pen agli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre. I francesi hanno paura, i francesi sono terrorizzati, e si buttano tra le braccia di chi promette ordine e disciplina.

Questo lo scenario che emerge dopo una sbirciata alle prime pagine di molti dei nostri quotidiani nazionali. “La paura nelle urne” è il titolo dell’editoriale di Bernardo Valli, che apre l’edizione odierna di Repubblica. Lo stesso quotidiano parla di “shock” in apertura, riprendendo il titolo di oggi di Le Figaro.

“Il clima di paura premia il Front National” si legge invece nell’occhiello dell’Unità, mentre ancora più esplicito è Il Fatto Quotidiano: “La Le Pen ringrazia il Califfo”.

Una reazione del genere sarebbe giustificabile se un partito reazionario sconosciuto fino all’altro ieri si fosse clamorosamente imposto sorprendendo tutti i sondaggi. Non è il caso del Front National, che già alle elezioni presidenziali del 2012 raccoglieva un (in quel caso si) sorprendente 17,90% dei consensi.

La lunga rincorsa del partito inizia già nel 2011, quando Marine Le Pen diventa presidente. Sotto la sua leadership, il Fronte si “normalizza”, abbandona i toni apertamente razzisti e anti-semiti del fondatore Jean Marie Le Pen (padre di Marine) e si costruisce giorno per giorno un’aurea di credibilità. Ieri ha raccolto il 30% dei voti, ed è stato il partito più votato.

Tutto questo non è un segreto. Non passa giorno senza che in sondaggi non ci informino sulla crescita dell’estrema destra francese, e dello speculare calo dei partiti tradizionali. Calo che diventa crollo per i socialisti di François Hollande, che dopo aver conquistato l’Eliseo nel 2012 hanno iniziato un’inesorabile discesa nei consensi, e oggi sono largamente la terza forza del paese. In un eventuale ballottaggio a 2 per le presidenziali del 2017, a oggi sembra probabile che saranno loro a restare esclusi.

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Il presidente della Repubblica Francese Hollande, considerato il meno popolare della storia francese recente. Il successo del Front National si alimenta anche del crollo dei consensi dei partiti tradizionali.

Ignorare tutto ciò e ridurre tutto a una reazione di paura è rassicurante, certo. È comodo pensare che il successo di partiti xenofobi e reazionari sia frutto di un momento di confusione, dei fatti delle ultime settimane. Ma non è così.

È in corso in tutti i paesi europei una rivolta sistematica contro le élite nazionali e comunitarie. Un grande rifiuto, che si traduce in modi diversi di Stato in Stato. Si chiama Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, Movimento Cinque Stelle in Italia. Ma anche Front National, Lega Nord, Ukip in Gran Bretagna, o altri partiti populisti di estrema destra nei Paesi Bassi, in Svizzera e in Austria.

Sono partiti e movimenti che danno voce alle inquietudini di gente spesso spaventata o perlomeno preoccupata certo, ma non certo dal 13 novembre. A nutrirli è una crisi che appare ormai sistemica, un’Unione Europea che dà l’impressione di essere lontana e poco incisiva, Stati completamente impreparati ad affrontare le crisi del nostro tempo.

Il terrorismo islamico, più che una spinta al Front National, ha dato un ottimo alibi alla stampa e ai commentatori, che possono continuare a ignorare le cause vere e profonde di questa crisi, e a ridurre il successo dell’estrema destra a una richiesta di sicurezza.

 

Erano francesi

È difficile riuscire a scrivere qualcosa di originale riguardo quanto successo ieri a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo, qualcosa che non sia già stato scritto, detto, commentato. Forse perché è inevitabile che a volte i racconti si assomigliano un po’ tutti, ed è persino giusto che sia così. Due uomini vestiti di nero hanno sparato e ucciso 12 persone e ne hanno ferite altre 10. Tra le vittime due poliziotti. Probabile la matrice islamica. Come raccontare in modo diverso quanto accaduto ieri? Come uscire dai binari dello sgomento di tutti o della cieca esaltazione di pochi che vivono su questa terra? Il male, in fondo, è banale, come ci insegna Hannah Arendt.
Poi passano le ore e il racconto si fa meno sfocato, si riempie di dettagli. Abbiamo i nomi dei sospetti: Said e Chérif Kouachi, due fratelli franco-algerini di poco più di 30 anni, nati a Parigi. Cittadini francesi a tutti gli effetti. L’immigrazione non c’entra, in questo caso, e se possibile il fatto si fa ancora più inquietante. Perché sono stati cittadini francesi a sparare ad altri francesi. Perché viviamo in un continente che fa crescere dentro di sé l’odio, che sforna giovani esaltati, che vanno a combattere in Siria o ovunque esplodano conflitti religiosi per poi tornare in Europa, imbevuti della propaganda dell’Isis o di altri gruppi Jihadisti. I fratelli Kouachi, oltre che in Siria, hanno fatto esperienza in Mali, paese in cui la Francia è impegnata direttamente. Non era la prima volta che uccidevano, come si capisce dalla disinvoltura con cui imbracciano il fucile e dall’efficienza militare di tutta la loro azione, riscontrata dagli esperti in materia.
Per alcuni giovani europei la propaganda di morte del fondamentalismo islamico è più attraente di quella europea, dei valori di libertà che Charlie Hebdo senz’altro rappresenta. “Giovani bigotti che hanno ucciso vecchi libertini” li ha definiti Michele Serra su la Repubblica di oggi. Giovani bigotti, e francesi. Europei. Occidente e oriente sfumano, e i semi dell’odio maturano dove non ci si aspetta, partono da internet, dai social network per diventare a volte terribilmente reali. Per lo stesso motivo a volte crescono coraggiosi semi di tolleranza e speranza dove non sono ammessi.
Erano francesi anche Charb, Cabu, Tignous, Wolinski e le altre vittime. Con le loro matite si prendevano gioco di ogni fondamentalismo. E questo i fondamentalisti non lo possono sopportare.