Possiamo essere liberi di odiare? Divagazioni sul caso Facci

Il 28 luglio 2016 Filippo Facci scriveva su Libero un articolo brutto, insensato e cattivo in cui rivendicava il proprio diritto a “odiare” l’islam. Ma non il terrorismo islamista o l’islam radicale, proprio tutti gli islamici in quanto tale, e nella fattispecie

tutti gli islam, gli islamici e la loro religione più schifosa addirittura di tutte le altre, odio il loro odio che è proibito odiare, le loro moschee squallide, la cultura aniconica e la puzza di piedi, i tappeti pulciosi e l’oro tarocco, il muezzin, i loro veli, i culi sul mio marciapiede, il loro cibo da schifo, i digiuni, il maiale, l’ipocrisia sull’alcol, le vergini, la loro permalosità sconosciuta alla nostra cultura, le teocrazie, il taglione, le loro povere donne, quel manualetto militare che è il Corano, anzi, quella merda di libro con le sue sireh e le sue sure, e le fatwe, queste parole orrende che ci hanno costretto a imparare

Per queste sue parole, il giornalista si è beccato un esposto da una collega, e quasi un anno dopo l’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha ritenuto di punirlo con la sospensione di due mesi dalla professione e dallo stipendio.

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Libero, un giornaletto in crisi in cerca di visibilità

A poche ore dagli attentati di Parigi dello scorso 13 settembre, il quotidiano Libero ha deciso di aprire così. Inutile dire che un titolo del genere ha scatenato forti polemiche e liti furibonde nei salotti televisivi nostrani.

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La prima pagina di Libero del 14 novembre 2015

Poco da dire, il titolo è indifendibile, e la reazione di sdegno che ne è seguita sacrosanta. A mio avviso la colpa più grave di un’apertura del genere è la rinuncia a informare. Un titolo così parla alla pancia, non informa, solletica i peggiori istinti, non spiega. Insomma, al di là delle opinioni espresse (su cui ci sarebbe comunque da dire) questo non è giornalismo.

Nei giorni successivi, i commentatori si sono divisi tra chi ha attaccato la scelta del giornale di Belpietro, e chi invece l’ha difesa (c’è davvero bisogno che vi dica chi?). Per farvi un’idea, qui un pacato dialogo tra Massimo Cacciari e il giornalista di Libero Mario Giordano a Piazzapulita, e qui una replica di Moni Ovadia a Matteo Salvini a Ballarò.

Per una volta non voglio però scrivere di massimi sistemi, e mi limiterò a discorsi molto più terra-terra. Libero è un giornale in crisi. Penso che sapere questo aiuti a capire il perché di molte scelte “discutibili” fatte dalla redazione. Quel titolo non è la prima scelta di cattivo gusto di Belpietro e soci, benché indubbiamente spicchi tra le altre. Ecco una breve selezione di perle partorite dal quotidiano:

 

Mi fermo qui, ma vi assicuro che la scelta sarebbe molto ampia. Tanti titoli provocatori se non indecenti, puntualmente seguiti da un codazzo di polemiche. Polemiche di cui Libero ha bisogno come il pane per farsi notare, per continuare a far sentire la propria voce. Polemiche senza le quali forse a mala pena la gente sarebbe a conoscenza della sua stessa esistenza.

Ma andiamo al sodo. Quanta gente compra davvero Libero?

Secondo i dati Ads (Accertamenti diffusione stampa) del marzo 2015, Libero vende circa 35 mila copie al giorno. Certo, come gli altri subisce una crisi strutturale del mercato dei giornali, ma si tratta comunque di un numero basso, se confrontato con le vendite di giornali concorrenti. Tra i più noti, il più vicino in termini di vendite è il Fatto Quotidiano (36 mila copie giornaliere), mentre il Giornale (di simile orientamento politico) sovrasta a quota 78 mila. Per non parlare dei due colossi Corriere della Sera e la Repubblica, inarrivabili rispettivamente a quota 228 mila e 234 mila. Persino quotidiani locali e meno presenti nel dibattito nazionale come l’Arena o Nuova Sardegna vantano vendite simili se non superiori a quelle di Libero.

Numeri che certificano la crisi di un giornale che ha evidentemente scelto la via del sensazionalismo per restare a galla. Questo non giustifica un certo modo di fare informazione, sia chiaro, ma aiuta a mio avviso a capire il perché di alcune scelte meno “ideologiche” di quanto possa sembrare.

La tabella di Italia Oggi sulle vendite dei quotidiani italiani - marzo 2015
Tabella di Italia Oggi sulle vendite dei quotidiani italiani – marzo 2015

Ci si potrebbe interrogare a questo punto sul ruolo dell’Ordine dei giornalisti, che ha nel nostro paese il compito di tutelare la qualità e l’etica dell’informazione. Non voglio entrare nello specifico, dal momento che il suo funzionamento mi è in gran parte ancora oscuro. Ciò che mi sento di dire è che mi piacerebbe un dibattito più ampio e pubblico possibile, non limitato agli addetti ai lavori come troppo spesso appare oggi.

Il giornalismo oggi non sta affrontando una sfida epocale, ne sta affrontando molte contemporaneamente. Ogni titolo come questo è un’ulteriore mazzata alla sua credibilità, già quantomeno compromessa.

Marino, il sindaco sotto assedio

Aveva iniziato in bicicletta, oggi il sindaco di Roma Ignazio Marino gira con una nutrita scorta. Assediato da partiti d’opposizione, parti del Pd e dai giornali, in particolare quelli di destra. Molti quotidiani hanno iniziato nei confronti dell’ex medico una campagna asfissiante, fatta di commenti quotidiani sulla sua incapacità e ironie volte a delegittimarlo. In questa campagna permanente si mischiano critiche sensate a non-notizie che servono solo a montare la rabbia nei suoi confronti. Specifico subito che non intendo prendere le difese di Marino, non esente da errori. Non intendo nemmeno entrare nel merito delle vicende di Roma, di cui so troppo poco. Mi soffermo solo sul modo che hanno molti giornali di trattare tutto ciò che riguarda il sindaco. Modo che ritengo lontano da una corretta critica e più vicino all’attacco personale.
Ma passiamo ai fatti. Ignazio Marino viene eletto sindaco di Roma il 12 giugno 2013, poco più di 2 anni fa. Ora, pensare che in così poco tempo un uomo possa risolvere i radicati problemi di una città come Roma (quanto radicati, ce lo dice l’inchiesta Mafia Capitale) è alquanto naif. Si può accettare che a invocare le dimissioni del sindaco come soluzione finale per i mali della città siano i partiti d’opposizione. Meno accettabile è che a fare lo stesso, in modo più o meno esplicito, siano i giornali, che dovrebbero fare informazione. Il quotidiano romano “Il Tempo”, di proprietà del palazzinaro Domenico Bonifaci, ha iniziato a marcarlo a uomo, regalandogli spesso la prima pagina. Il giornale è in crisi e cerca nuovi acquirenti, e forse per risollevare le proprie sorti tenta la via del sensazionalismo, della linea dura contro Marino e contro gli immigrati.
Inutile dire che una linea altrettanto dura (anche se più da lontano) la seguano “Libero”, “Il Giornale” e “Il Fatto Quotidiano”. Anche giornali dai toni più moderati non si fanno però mancare l’occasionale polemica. L’ultima è quella che coinvolge Papa Francesco, che sull’aereo di ritorno da Philadelphia ha dichiarato di non aver mai invitato il sindaco al Eight World Meeting of Families. Da questa dichiarazione sui giornali è nato un presunto attacco del Papa a Marino, che intanto prova a difendersi dicendo di non aver mai detto di essere stato invitato dal Pontefice. Vedremo se questo malinteso si risolverà, ma intanto per il traballante Marino passare come inviso all’uomo più popolare del mondo non è certo un toccasana. Del sindaco sono state poi criticate le vacanze estive, viste come una fuga dalla città a pezzi proprio nei giorni dello scandaloso funerale dei Casamonica.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ripeto, per quanto in carica da poco, Marino non è esente da colpe. Come segnalato dal Fatto Quotidiano, per esempio, il sindaco non ha invertito la dannosa abitudine degli appalti concessi senza gara. Secondo il report dell’Autorità Nazionale Anticorruzione riferito al periodo 2011-2014, l’87% degli appalti (per un totale di 1 miliardo e 364 milioni di euro) della sotto la Giunta Marino è stata assegnata con “procedure negoziate”, ovvero senza gara. Con la giunta Alemanno erano il 36%, ma per un importo complessivo raddoppiato. Non bisogna poi dimenticare che pezzi della Giunta Marino sono coinvolti in Mafia Capitale. C’è però il sospetto che a pesare di più sulla reputazione del sindaco siano polemiche sterili come quella sulle vacanze estive.

Lo humor di "Libero" e "Il Giornale"

La maggior parte dei quotidiani italiani di oggi apre con il caso Wolkswagen. Tra i vari titoli di apertura si distinguono (come accade spesso) quelli di “Libero” e “Il Giornale”. I due quotidiani in questione hanno in comune un orientamento politico molto simile e uno stile sensazionalistico e aggressivo. Uno dei loro bersagli preferiti è la cancelliera tedesca Angela Merkel, già appellata con termini come “culona” in passato.
Merkel è la personificazione di quella Germania precisina e bacchettona che proprio simpatica non è. Il Giornale e Libero soddisfano le pulsioni anti-tedesche di molta parte dell’elettorato di destra berlusconiano e oggi anche leghista. “I furbetti tedeschi” titola Il Giornale, di proprietà di Berlusconi, che tira in ballo la cancelliera nell’occhiello: “La Merkel ha fuso”. Libero è ancora più graffiante: “Merkel al volante pericolo costante”. La prima pagina del quotidiano di Maurizio Belpietro è poi occupata dal disegno di un furgoncino Wolkswagen scassato, guidato da una Merkel con l’occhio nero e da cui si affacciano Renzi, Hollande e Tsipras, che con la vicenda non c’entrano granché ma che stanno sempre bene. Guarda caso tutti leader di sinistra.
Qualcuno potrebbe anche apprezzare questo senso dell’umorismo. A me ricorda molto lo studente dell’ultimo banco che gode quando anche va male anche al primo della classe.