Guida pratica alle elezioni francesi

Tra esattamente un mese (il 23 aprile) ci sarà il primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Si tratta di un appuntamento molto importante, il cui esito – si dice – potrebbe segnare significativamente il futuro dell’Unione Europea. In testa alla maggior parte dei sondaggi, infatti, al primo turno c’è Marine Le Pen, leader del Front National, che in caso di vittoria promette un referendum sulla permanenza della Francia nell’Unione, in stile Brexit per intenderci.  Con questo post vorrei fornire ai lettori che lo desiderano una guida minima per orientarsi nel voto francese.

Continua a leggere “Guida pratica alle elezioni francesi”

Annunci

2017, un anno di elezioni

Lo so, lo so.

Stiamo ancora smaltendo i postumi di un 2016 da montagne russe (qualcuno ha detto Donald Trump?) e la tentazione e di fermarsi a riflettere su quello che è stato è forte. Epperò, il 2017 sarà un anno almeno altrettanto decisivo, con tre appuntamenti elettorali importanti in Europa. In ordine di tempo si recheranno infatti alle urne Olanda, Francia e Germania.

Continua a leggere “2017, un anno di elezioni”

Le letture del mese scorso – dicembre 2015

Le feste natalizie sono un ottimo momento per prendersi una pausa e ripensare a quello che ci lasciamo alle spalle. Tra una fetta di panettone e l’altra, godetevi questa selezione di letture interessanti uscite sul web nel mese appena finito.

Ah, dimenticavo… Auguri e felice anno nuovo a tutti i lettori!

  • Sul sito della Luiss, Vincenzo Emanuele e Nicola Maggini passano al setaccio gli elettorati dei due maggiori partiti italiani: il Pd e il Movimento Cinque Stelle. Lettura interessante per capire come si stia parlando di 2 forze ormai del tutto trasversali nella società, ma che attingono voti da segmenti di elettorato sempre più definiti.

cise.luiss.it – Il Partito della Nazione? Esiste, e si chiama Movimento Cinque Stelle

  • Sulle storiche elezioni che lo scorso 6 dicembre in Venezuela hanno visto sconfitto il fronte di Maduro (erede di Ugo Chavez) propongo 2 articoli di diverso orientamento. Il primo è tratto dal blog di Gennaro Carotenuto, deciso sostenitore della sinistra dell’America Latina. Il secondo, scritto da Gwynne Dyer e tradotto in italiano su Internazionale, pur riconoscendo i meriti del chavismo, ne sottolinea anche i difetti e l’eccessiva dipendenza dall’esportazione di petrolio.

Gennaro Carotenuto – Venezuela, finale di partita?

Internazionale – Il crollo del prezzo del petrolio mette fine all’esperimento venezuelano

  • Avrà anche perso al secondo turno, ma il Front National di Marine Le Pen è ormai presenza di peso nella vita politica francese. Per un’analisi del voto francese alle ultime elezioni regionali propongo 2 articoli di Cesare Martinetti, attento osservatore delle dinamiche francesi, pubblicati sul sito de La Stampa. Il primo è uscito dopo il primo turno, il secondo dopo i ballottaggi. (Se ti va, qui c’è anche il mio articolo, scritto dopo il primo turno)

La Stampa – Sono cambiate le regole del gioco: il voto a Marine Le Pen non è di protesta

La Stampa – I partiti storici alla ricerca di una visione

  • Il Guardian è entrato in possesso di un documento ufficiale dell’Isis. 24 pagine in cui il gruppo descrive con precisione l’amministrazione e alcuni dei fondamenti su cui si fonderà il nuovo stato che intende formare tra Siria e Iraq. L’articolo riporta anche le fonti di guadagno dei terroristi, ed è stato tradotto in italiano su Internazionale.

The Guardian – The Isis papers: behind ‘death cult’ image lies a methodical bureaucracy

  • L’8 dicembre 1895 Guglielmo Marconi fa trillare 3 volte un campanello a distanza. Per alcuni quel giorno si può considerare la nascita della radio. Per celebrare i 120 anni da quella data, Repubblica ha raccolto diversi articoli sulla storia del medium più antico dell’era moderna, ma anche tra i più in forma e capace di cambiare nel tempo e resistere al cambiamento.

Repubblica – Viva la radio, che non muore mai

  • Donald Trump (a cui ho dedicato anch’io un articolo) può essere definito fascista o nazista? Siobhán O’Grady prova a rispondere a questa domanda riflettendo sul preciso significato storico di fascismo e nazismo sul sito foreignpolicy.com. Articolo in inglese ma di facile lettura.

Foreign Policy – Trump may be a Loudmouthed Demagogue, but Is He a Fascist?

  • La cronaca nera è un settore che mi appassiona decisamente poco, ma è uno di quelli che più scalda l’opinione pubblica. Come vengono influenzati i processi? Qual’è la responsabilità dei media in tutto ciò? Lo scorso 15 dicembre Andrea Camaiora ne ha scritto su Linkiesta.it. Da leggere, e da pensarci su, soprattutto per giornalisti e aspiranti tali.

Linkiesta.it – Processi da chiudere con l’assoluzione. Per inquinamento mediatico

  • Un altro pezzo pubblicato su Linkiesta.it, questa volta dedicato all’accordo che lo scorso 17 novembre ha visto nascere un governo di unità nazionale in Libia. La stabilità del paese è in cima alla lista delle priorità della politica estera italiana. Il giorno prima dell’importante firma, l’analista Matteo Toaldo (qui intervistato da Tommaso Canetta) metteva in guardia sui rischi dell’accordo, che certamente non sono stati cancellati con un colpo di penna.

Linkiesta.it – Paradosso Libia, l’accordo di pace rischia di scatenare l’inferno

  • Il ‘900 ha visto le sinistre riformiste di tutta europa prevalere sulle formazioni di sinistra radicale. In alcuni paesi, oggi, si intravedono segnali di un nuovo ribaltamento dei rapporti di forza. Intervistato da Silvia Ragusa del Fatto Quotidiano dopo le elezioni in Spagna dello scorso 20 dicembre, il politologo Juan Manuel Roca analizza l’ascesa di Podemos, che sta erodendo i consensi dello storico Psoe, il partito socialista spagnolo.

Il Fatto Quotidiano – Elezioni Spagna, l’analisi: “Non ha un programma chiaro. Ma se lo Psoe rimane questo, Podemos è futuro della sinistra”

Articoli o storie da consigliare? Scrivimi a luca.lottero.3@gmail.com. O su Facebook. O su Twitter. Insomma, in qualche modo.

Continuiamo a non capire

Regional elections in France
Marine Le Pen, leader del Front National e trionfatrice alle elezioni regionali svoltesi ieri in Francia

C’è la forte tentazione di collegare la vittoria alle elezioni regionali francesi del Front National di Marine Le Pen agli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre. I francesi hanno paura, i francesi sono terrorizzati, e si buttano tra le braccia di chi promette ordine e disciplina.

Questo lo scenario che emerge dopo una sbirciata alle prime pagine di molti dei nostri quotidiani nazionali. “La paura nelle urne” è il titolo dell’editoriale di Bernardo Valli, che apre l’edizione odierna di Repubblica. Lo stesso quotidiano parla di “shock” in apertura, riprendendo il titolo di oggi di Le Figaro.

“Il clima di paura premia il Front National” si legge invece nell’occhiello dell’Unità, mentre ancora più esplicito è Il Fatto Quotidiano: “La Le Pen ringrazia il Califfo”.

Una reazione del genere sarebbe giustificabile se un partito reazionario sconosciuto fino all’altro ieri si fosse clamorosamente imposto sorprendendo tutti i sondaggi. Non è il caso del Front National, che già alle elezioni presidenziali del 2012 raccoglieva un (in quel caso si) sorprendente 17,90% dei consensi.

La lunga rincorsa del partito inizia già nel 2011, quando Marine Le Pen diventa presidente. Sotto la sua leadership, il Fronte si “normalizza”, abbandona i toni apertamente razzisti e anti-semiti del fondatore Jean Marie Le Pen (padre di Marine) e si costruisce giorno per giorno un’aurea di credibilità. Ieri ha raccolto il 30% dei voti, ed è stato il partito più votato.

Tutto questo non è un segreto. Non passa giorno senza che in sondaggi non ci informino sulla crescita dell’estrema destra francese, e dello speculare calo dei partiti tradizionali. Calo che diventa crollo per i socialisti di François Hollande, che dopo aver conquistato l’Eliseo nel 2012 hanno iniziato un’inesorabile discesa nei consensi, e oggi sono largamente la terza forza del paese. In un eventuale ballottaggio a 2 per le presidenziali del 2017, a oggi sembra probabile che saranno loro a restare esclusi.

Francois_Hollande_Carcassonne-1104.jpg
Il presidente della Repubblica Francese Hollande, considerato il meno popolare della storia francese recente. Il successo del Front National si alimenta anche del crollo dei consensi dei partiti tradizionali.

Ignorare tutto ciò e ridurre tutto a una reazione di paura è rassicurante, certo. È comodo pensare che il successo di partiti xenofobi e reazionari sia frutto di un momento di confusione, dei fatti delle ultime settimane. Ma non è così.

È in corso in tutti i paesi europei una rivolta sistematica contro le élite nazionali e comunitarie. Un grande rifiuto, che si traduce in modi diversi di Stato in Stato. Si chiama Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, Movimento Cinque Stelle in Italia. Ma anche Front National, Lega Nord, Ukip in Gran Bretagna, o altri partiti populisti di estrema destra nei Paesi Bassi, in Svizzera e in Austria.

Sono partiti e movimenti che danno voce alle inquietudini di gente spesso spaventata o perlomeno preoccupata certo, ma non certo dal 13 novembre. A nutrirli è una crisi che appare ormai sistemica, un’Unione Europea che dà l’impressione di essere lontana e poco incisiva, Stati completamente impreparati ad affrontare le crisi del nostro tempo.

Il terrorismo islamico, più che una spinta al Front National, ha dato un ottimo alibi alla stampa e ai commentatori, che possono continuare a ignorare le cause vere e profonde di questa crisi, e a ridurre il successo dell’estrema destra a una richiesta di sicurezza.

 

Bouna Traoré e Zyed Benna, la rabbia delle banlieues e la Francia sempre più a destra

C’è un filo rosso che lega Clichy-sous-bois all’undicesimo arrondissement di Parigi, la cabina elettrica in cui 10 anni fa persero la vita Bouna Traoré e Zyed Benna alla redazione di Charlie Hebdo massacrata lo scorso gennaio. Un filo di rabbia. Una rabbia risvegliata dalla sentenza che lunedì notte ha assolto Stephanie Klein e Sebastien Gaillemin. La notte del 27 ottobre 2005, Gaillemin era tra i poliziotti di guardia che incontrano Traoré e Benna, 15 e 17 anni. I ragazzi scappano, e cercano rifugio in una cabina elettrica. “Se entrano in quella cabina non scommetto per la loro vita”, dice Gaillemin al telefono. Dall’altro lato della cornetta c’è la centralinista Klein. I due ragazzi muoiono, e i due poliziotti vengono indagati per omissione di soccorso. Dieci anni dopo vengono assolti: non potevano sapere che i due adolescenti fossero in pericolo di vita. Fuori dal tribunale 250 manifestanti protestano contro la protesta. Nel quartiere di Bobigny, dove 10 anni fa iniziarono gli scontri, una donna rimane ferita e i poliziotti sono costretti a chiamare rinforzi.

Quello delle periferie turbolente è un problema serio in Francia. Ciclicamente qualche banlieue di Parigi o di qualche altra grande città va a fuoco. Scarso seguito hanno avuto le iniziative dei governi socialisti che si sono succeduti sotto la presidenza Hollande. Nell’aprile 2014 la ministra dell’educazione Najat Vallaud-Belkacem annunciava un piano di 600 milioni per stimolare gli investimenti in quelle zone, ma il problema delle banlieues viene in genere affrontato solo dal punto di vista dell’ordine pubblico. Dieci anni fa, in un momento particolarmente “caldo”, il presidente Nicolas Sarkozy definiva racaille (feccia) gli autori dei disordini. Oggi esulta Marine Le Pen e tutto il Front National: “giustizia è fatta”.

Bouna Traoré e Zyed Benna facevano parte di una Francia che non ha partecipato alla “marcia dell’orgoglio repubblicano”. Una Francia che non si sente per niente Charlie, che conduce una vita a parte rispetto a quella dei francesi “bianchi”. Vivono in posti diversi, parlano in modo diverso, pregano in modo diverso e diversa è l’economia, che sfugge alle statistiche ufficiali. Questo dualismo tra francesi di serie a e di serie b ha radici profonde. In forte crisi demografica dopo la rivoluzione francese, Napoleone e la restaurazione, la Francia accoglie a braccia aperte la manodopera straniera per foraggiare l’industrializzazione. È in quel contesto storico che nasce il “modello francese”. Orgogliosa della propria unità nazionale che non ammette minoranze culturali, la Francia pretende in cambio dei diritti da cittadino la completa adesione ai valori dello Stato. Il modello va in crisi nel ‘900, quando la migrazione verso la Francia non riguarda più solo paesi cattolici non troppo lontani culturalmente, ma anche e soprattutto africani e asiatici provenienti dalle colonie. La Chiesa cattolica non è in grado di fare presa sui “nuovi cittadini” di religione musulmana, e l’indebolimento di tutte le altre agenzie di socializzazione (scuola, sindacati, partiti) non fa che rendere più difficile l’integrazione.

La presenza di “2 france” sempre più lontane ha alimentato negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso un’ondata di islamofobia sfruttata politicamente dal Front National di Jean Marie Le Pen, il cui testimone è oggi passato alla figlia Marine. Sentimenti diffusi però anche tra gli altri partiti, che per esorcizzare il Front National fanno proprie alcune tematiche tipiche della loro cultura politica. Se questo processo è evidente nell’UMP di Sarkozy, persino un Partì Socialiste in crollo di consensi non è del tutto immune a questa tendenza. C’è che ha letto il veto di François Hollande e del governo francese alla spartizione di migranti tra i paesi dell’Unione Europea come la ricerca di consenso di un presidente in crisi. Alcuni osservatori esperti del dibattito politico in Francia sostengono che lo scenario politico si sia “droitisée”, spostato a destra. Alle presidenziali 2017 c’è il forte rischio di ripeta lo scenario del 2002: un secondo turno tra la leader del Front National (Marine Le Pen) e quello dell’UMP (Sarkozy, giustizia permettendo), con i socialisti fuori dai giochi.

Uno scenario che non incoraggia a pensare un cambiamento nel modo di affrontare il problema delle banlieues. La prospettiva sarà sempre più quella della sicurezza e della necessità di inasprire controlli e repressioni. Difficilmente troverà spazio chi punterà il dito contro un modello sbagliato di integrazione, e chi spingerà per un maggior riconoscimento delle minoranze. Dopo la strage di Charlie Hebdo, il capo del governo Manuel Valls aveva parlato di apartheid, ponendo l’accento sull’abisso che separa le città francesi dalle loro periferie, ma le sue parole non hanno avuto seguito. Senza un cambio di rotta che sia prima di tutto culturale, i sobborghi francesi continueranno a sfornare nuovi fratelli Kouachi, carichi di risentimento e facili bersagli delle propaganda della jihad mondiale.

L’avvocato dei due ragazzi morti Jean-Pierre Minard, vicino al presidente Hollande, ha dichiarato che farà ricorso contro la sentenza. Ciò che dovrebbe far riflettere ancor più che la decisione dei giudici dovrebbe essere il clima di sfiducia permanente che questi cittadini francesi provano verso il loro Stato. Traoré e Benna non si fidavano dei poliziotti che li hanno inseguiti negli ultimi minuti della loro vita, la folla di 200 persone fuori dal tribunale non si fidava dei giudici che hanno emesso la sentenza. La cosa peggiore è che questa situazione viene data per scontata, come un’inevitabile conseguenza dello sviluppo multietnico dei grandi centri urbani. Non è solo la Francia a vivere questi problemi. Diverse città statunitensi tra cui Baltimora e Ferguson hanno recentemente visto esplodere casi di violenza delle forze dell’ordine verso la popolazione afroamericana, e riportato all’attenzione dei media la scarsa integrazione di molta parte di questa popolazione. Anche la Gran Bretagna conosce casi di scontri tra “centro” e “periferia”. L’attuale momento storico rimette in discussione i modelli di integrazione di molti stati occidentali.