A casa loro

“Aiutiamoli a casa loro” è una di quelle espressioni che mette tutti d’accordo. Perché rassicura e pulisce le coscienze. “Aiutiamoli” richiama al gesto nobile dell’aiuto ci fa sentire, nonostante tutto, delle brave persone, mentre “a casa loro” vuol dire ehi, tranquilli, sono cose che succedono ben lontano da noi, che ci toccano relativamente.

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Cambiamento

Cambiamento. Tutti vogliamo il cambiamento, i tempi che viviamo sono pieni di cambiamento, ne sono inzuppati. Ce n’è per tutti i gusti. Matteo Renzi ha cambiato il Pd e la sinistra italiana, Matteo Salvini ha cambiato la Lega Nord, il Movimento Cinque Stelle ha cambiato l’intero scenario politico. Tutti vogliamo il cambiamento, e tutto cambia velocemente. Tutti contenti allora? Non sembrerebbe, almeno a giudicare da quanti, di fronte a tutto sto po’ po’ di cambiamento, scelgono di non esprimersi. A Napoli, al secondo turno, ha votato il 35% degli aventi diritto. Ma Napoli è solo l’esasperazione di un problema che ormai da tempo affligge tutta la penisola.

Gli altri, quelli che ancora si esprimono, si muovono, schizofrenici almeno tanto quanto coloro che chiedono il voto. Cambiano. Oggi votano Renzi, domani Salvini, dopodomani il M5s. Ricordate le europee del 2014, no? Tutti incantati dal Pd 2.0 dell’ex sindaco di Firenze, da poco salito al Governo con una mossa degna del miglior Frank Underwood. L’era renziana si apriva, già si pregustava un nuovo ventennio. Poi, un anno dopo, quando il leghista Zaia polverizzava in Veneto la renzianissima Moretti e il forzista Toti conquistava la Liguria con la Lega Nord come azionista di maggioranza, ci siamo trovati a chiederci se anche il nostro paese si sarebbe trovato nell’onda lunga del revival nazional-lepenista internazionale. Oggi ci svegliamo tutti grillini, pardon, pentastellati.

“Grillini” è un termine che ormai andrebbe proprio dimenticato. Quello che dobbiamo segnarci è che, ad oggi, meno Grillo parla meglio è per loro. Schiere di “portavoce illustri” sono ormai abbastanza noti per splendere di luce propria, e con il loro moderatismo acchiappano molti più consensi dei deliranti comizi da avanspettacolo del Grillo di 2 anni fa (disse di essere “oltre Hitler” e minacciò di vivisezionare il cagnolino di Berlusconi, cosa che nel nostro paese spaventa molto di più che dire cose ignobili sui migranti). C’è Luigi di Maio che studia da premier, c’è Di Battista presenza fissa a Otto e Mezzo e in altri talk show serali, a mostrare al paese il volto ragionevole dei “ragazzi meravigliosi” ormai diventati adulti (non lo vedremo più in performance come questa, peccato).

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source: forexinfo.it

Che dire allora di quest’epoca di cambiamento rampante?

Ieri, con singolare sincronismo, sono insorti quelli che il cambiamento l’hanno subito. Umberto Bossi ha accusato Salvini di essere responsabile della recente sconfitta elettorale (risposta: massimo rispetto, ma non rimpiango la Lega al 3%), mentre Massimo D’Alema sul Corriere e Romano Prodi su Repubblica hanno tirato le orecchie a Renzi (nessuna risposta, almeno al momento). Probabilmente non aspettavano altro.

I due mattei, leader che su Facebook sembrano imbattibili, si scoprono improvvisamente fragili nel “mondo reale”. Troppo di nicchia uno (Salvini), meno trasversale di quello che pensava l’altro (Renzi). Altro che “Partito della Nazione”! Se il Pd renziano sembra sempre disponibile ad avviarsi nei terreni scivolosi del “nemico” in nome del decisionismo, l’elettorato non sembra seguirlo. E così, oggi, la sensazione è che, dopo la fiammata delle europee del 2014, a votare il PdR (Partito di Renzi) si ritroveranno quelli che votavano il partito del vecchio, grigio, stanco e fuori moda Bersani.

Perché (sorpresa!) un elettore di centrodestra non ci pensa neanche a votare per il Pd. Nemmeno se c’è Renzi. Piuttosto vota il Movimento Cinque Stelle, che nel frattempo a imparato a parlare a quel mondo. Ed è diventato una macchina da ballottaggio micidiale, essendo spesso la “seconda scelta” sia degli elettori di centrosinistra, sia soprattutto di quelli di centrodestra. Soprattutto, direi, di quelli di centrodestra. Almeno in questo momento storico, con il Pd al governo a rappresentare il “nemico da abbattere”.

Questo è il quadro di oggi, giovedì 23 giugno 2016, giorno che verrà ricordato per il voto sulla Brexit nel Regno Unito. Vorranno mica cambiare anche lì?

Ci risentiamo al prossimo, clamoroso, cambiamento.

Immagine in evidenza dal sito Fanpage.it

Matteo Renzi, ribelle in ritardo

Conferenza stampa a margine del Consiglio dei Ministri
source: blitzquotidiano.it

La polemica tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e le istituzioni europee (in particolare la Commissione) si trascina ormai da qualche settimana. L’ultima puntata della telenovela è andata in onda dalla lontana Argentina, dove il premier ha lanciato l’ennesima frecciata. Più o meno ha detto questo: le politiche fatte in Usa da Obama sono state giuste, quelle fatte dall’Europa sono state sbagliate. Si riferisce a quel mix di contrazione della spesa pubblica e aumento delle tasse reso necessario dalle stringenti regole comunitarie sul bilancio ormai conosciuto come “austerità” o austerity, per gli amanti degli anglicismi. Un comportamento economico ormai a detta di molti co-responsabile delle difficoltà dell’Europa di superare la crisi. L’amministrazione Obama ha al contrario incentivato investimenti pubblici sostenuti da una politica monetaria più rilassata, che hanno consentito agli Stati Uniti di riprendersi più rapidamente dal crack del 2008.

L’ammirazione di Renzi per Obama non è una novità. Più  spiazzante è il suo recente atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea. È vero, il superamento delle politiche di austerità è sempre stato uno dei punti dell'”agenda europea” del Segretario del Pd, ma questo mai si era tradotto in attacchi così diretti e ripetuti alle istituzioni dell’Unione. Attacchi che sono sfociati quasi nel personale, quando nel mese di gennaio c’è stato un violento scambio di accuse con il presidente della Commissione Jean Claude Juncker. Matteo Renzi si è presentato sulla scena europea come un innovatore, ma sempre nel recinto ben definito delle regole comunitarie. Del resto, nel momento in cui lo scontro tra i falchi dell’austerità e chi ha provato a cambiare le regole del gioco si è fatto più drammatico, lui si è schierato con i primi.

Ricordi greci 

Ho in mente un momento ben preciso. L’estate scorsa il Governo greco guidato da Alexis Tsipras era impegnato in una lunga ed estenuante trattativa con l’Unione Europea. L’obiettivo era ristrutturare parte del debito greco, o almeno ammorbidire le condizioni per ottenere il prestito necessario a tenere in piedi le finanze del paese. Non solo Tsipras non trovò alcuna sponda nel Governo italiano, ma Renzi si affrettò ad unirsi al coro dei “le regole vanno rispettate”, pur lasciando alla Germania il compito del poliziotto cattivo. La Grecia venne lasciata sola nella sua battaglia, e (anche) da lì derivò la sostanziale resa di Tsipras, le dimissioni del Ministro Yanis Varoufakis (che fin lì aveva condotto i negoziati su una linea oltranzista) e l’acquisizione di un piano di austerità che sta ulteriormente facendo sprofondare la situazione sociale ed economica in Grecia.

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Il premier greco Alexis Tsipras con l’ex ministro Yanis Varoufakis, protagonisti del duro negoziato dell’estate scorsa per allentare la morsa dell’austerità sulla Grecia. source: nextquotidiano.it

Da dove viene dunque l’atteggiamento bellicoso di queste settimane? Tattica, dicono i bene informati, puri e banali calcoli politici. Su quali siano però i motivi per scegliere questa strategia e gli obiettivi del premier italiano, le interpretazioni sono diverse.

Il fronte esterno

Soprattutto nelle prime settimane del 2016, quando la polemica con Junker aveva raggiunto l’apice, si sentiva dire che Renzi stesse sfruttando un quadro europeo favorevole per accrescere la propria influenza. Erano i giorni immediatamente successivi al capodanno di Colonia, e Angela Merkel sembrava avere per la prima volta dei seri problemi di consenso in patria. Merkel è forse il più potente leader europeo, nonché volto dell’austerità.

Renzi, dal canto suo, è leader del più grande partito socialdemocratico europeo (alle europee del 2014 prese il 40%, ricordate?), e i socialisti europei sostengono la Commissione del popolare (in quanto esponente del partito popolare europeo) Juncker. Con la principale leader pro-austerity in leggero affanno – si diceva – Renzi cerca di approfittarne per “far pesare” il proprio fondamentale sostegno a Juncker, e per alzare l’asticella delle richieste all’Europa per l’Italia.

Personalmente questa lettura mi convince poco. Il fatto che Merkel debba affrontare qualche problema di consenso in Germania (dove resta comunque il personaggio politico più popolare insieme al suo ministro Wolfgang Schäuble) non ne sminuisce il peso in Europa. Inoltre, a inizio 2017 in Germania si andrà a votare, e più passeranno i mesi più è probabile che la cancelliera si mostrerà intransigente nei confronti degli stati spendaccioni del sud. È sempre stata la sua strategia elettorale, e fino ad oggi è funzionata molto bene. Visto in questo modo, l’atteggiamento battagliero dell’Italia potrebbe persino farle comodo.

Il fronte interno

Altre cause dell’improvviso bellicismo di Renzi sono state individuate nella situazione politica italiana. In primavera ci sarà un’importante tornata di elezioni amministrative, in cui si sceglieranno (tra gli altri) i nuovi sindaci di Roma e Milano. Un atteggiamento più aggressivo nei confronti dei “burocrati di Bruxelles” sarebbe quindi uno dei tanti capitoli del libro della propaganda renziana. A questo si aggiungano i sondaggi d’opinione, che nel 2015 hanno dimostrato un forte calo della fiducia dei cittadini italiani nei confronti dell’Unione Europea. Secondo l’istituto demopolis, nonostante solo il 28% degli italiani abbia fiducia nelle istituzioni europee (nel 2010 erano il 48%), solo il 31% sarebbe favorevole ad abbandonare la moneta unica, mentre il 59% vorrebbe restare nell’Unione ma invertire le politiche di austerità. Ed è proprio a quel 59% che si rivolge Renzi.

Il capo del Governo italiano si è già dimostrato politico più che abile ad accumulare consenso. Un’altra cosa in cui il nostro premier non ha bisogno di lezioni è il come muoversi nel sistema dei media, e come tirare fuori le proprie battaglie politiche nei momenti più propizi.

Questa volta, tuttavia, potrebbe aver sbagliato i tempi della polemica. Se l’obiettivo era sfruttare lo slancio della battaglia con i burocrati europei per presentarsi così alle amministrative, potrebbe aver iniziato troppo presto. Dopo più di un mese di polemiche e di dichiarazioni al vetriolo, sembra esserci da parte dei media una certa stanchezza nel raccontare la polemica renziana. Lo scontro mediatico con Juncker dello scorso gennaio ha perso molta della sua attrattiva. Anche le istituzioni europee sembrano essersi stancate di rispondere pubblicamente alle sparate del leader italiano. Paradossalmente (nonostante il titolo di questo post dica il contrario) da un punto di vista strettamente strategico Renzi potrebbe essersi mosso troppo in anticipo.

Papa Francesco in visita a Strasburgo
Renzi insieme a Junker. I due sono stati al centro di una dura polemica lo scorso gennaio. source: glistatigenerali.com

Opposto il discorso da un punto di vista politico, dove appare evidente il ritardo del nuovo corso anti-austerity del Pd di Matteo Renzi. Ammesso che l’obiettivo di sia davvero superare le politiche di austerità, Renzi si è lasciato sfuggire il treno della crisi greca dell’estate scorsa, che avrebbe potuto compattare il fronte dei paesi del Mediterraneo (accomunati da debiti pubblici molto alti) in una battaglia politica contro il rigore caro ai paesi del centro e nord Europa. Sposare la causa della solidarietà dopo essersi schierato con gli aguzzini di Atene è un comportamento curioso per un leader che dice di voler cambiare verso all’Europa.

Le letture del mese scorso – gennaio 2016

Il mese che ha aperto il 2016 è stato ricchissimo di eventi che potrebbero interessarci molto da vicino. In certi giorni si faceva quasi fatica a stare dietro alla realtà, figuriamoci scrivere qualcosa al riguardo. I fatti di capodanno a Colonia (e direi anche il modo in cui sono stati trattati dai media), la bomba della Corea del Nord, le nuove tensioni Arabia Saudita-Iran e quello comportano, il ritorno dello stesso Iran nella comunità internazionale, gli attentati dell’Isis in Indonesia e in Siria. Di tutto ciò non leggerete in questa selezione di letture uscite online a gennaio. Lo spirito di questa rubrica d’altronde non è “fare un riassunto” del mese appena trascorso, ma proporre letture “interessanti” (almeno per me) nel senso più ampio possibile, anche se non strettamente legate all’attualità. Ho già introdotto sin troppo. Bando alle ciance e buona lettura!

  • Il Sudafrica sta attraversando una profonda crisi economica e politica. Ne ha scritto Il Post, riprendendo un articolo pubblicato a dicembre sull’Economist.

Il Post – Lo stato vuoto

  • Su internet si trovano solo notizie frivole perché solo con quelle si fanno click, gli approfondimenti sono solo sulla carta stampata. Ne siamo proprio sicuri? Philip Di Salvo sul sito dell’osservatorio europeo del giornalismo smonta questa leggenda metropolitana. Lo stesso fa Andrea Daniele Signorelli sul sito Che Fare, ponendo l’accento sulla necessità di un giornalismo “di contesto”, ovvero che spieghi in modo semplice ma completo la cornice in cui avvengono i fatti.

Ejo – Il giornalismo su Internet, di nuovo

Che Fare – La necessità di un giornalismo di contesto

  • Ha fatto impressione, nei primissimi giorni dell’anno, l’uccisione di Gisela Mota, sindaco di Temixco (in Messico), uccisa da un cartello della droga solo 24 ore dopo essere entrata in carica. Per farsi eleggere, la giovane aveva promesso una lotta senza quartiere ai narcos, e ha pagato con la vita quella promessa. La sua storia è stata raccontata da Roberto Saviano su Repubblica.

Repubblica – Il sacrifico di Gisela, sindaco per un giorno

  • Un interessante profilo di John Kerry, Segretario di Stato americano e volto dell’amministrazione Obama in molte delle più importante trattative a livello internazionale, a cura di Giovanni Collot e Federico Petroni, su The Post Internazionale.

Tpi – Conoscere John Kerry

  • Se si pensa ai problemi dell’Africa si pensa alle guerre, alla fame  e alla povertà. Tuttavia, anche la corruzione dilagante gioca un ruolo enorme nel soffocare lo sviluppo di molte aree del continente, e nell’impedire l’equa distribuzione della ricchezza. Articolo di Riccardo Barlaam, sul sito della rivista specializzata Nigrizia.

Nigrizia – Cancro corruzione

  • Israele è nato come uno stato sorridente, quasi un utopia fondata sul valore dell’uguaglianza e dei diritti. Oggi è uno stato cupo, retto da un governo reazionario e che sempre più occidentali non riconoscono più. Come siamo arrivati a questo punto? Un altro articolo pubblicato sul Post, a firma Luca Misculin.

Il Post – Israele è spacciato?

  • Riprendo un tema già affrontato nella selezione del mese scorso. Donald Trump è un fascista? Questa volta risponde Gianni Riotta, in trasferta sull’Atlantic. “Ho conosciuto i fascisti, e Trump non lo è”.

The Atlantic – I know fascists; Donald Trump is no fascist

  • A volte per capire meglio le cose è meglio osservarle da lontano. L’Economist (prestigioso settimanale britannico) ha dedicato un articolo al nostro primo ministro e alle tensioni delle ultime settimane tra il Governo italiano e le istituzioni europee.

Economist – Troublemaker

  • Il Washington Post ha realizzato un reportage dall’isola di Lesbo che è un gioiellino di giornalismo 2.0. Lo spettatore è infatti letteralmente “accompagnato” nel viaggio dalle coste della Turchia all’isola greca, vera e propria porta d’ingresso dell’Europa. Unica pecca: forse la parte “emotiva” prevale su quella esplicativa, ma la modalità è senz’altro originale e interessante.

Washington Post – The Waypoint

Articoli o storie da consigliare? Scrivimi a luca.lottero.3@gmail.com. O su Facebook. O su Twitter. Insomma, in qualche modo.

Il Governo Renzi è perfettamente legittimo

Renzi Governo
Matteo Renzi al momento della formazione del proprio Governo. source: Repubblica.it

Matteo Renzi è un presidente del Consiglio illegittimo perché non è stato eletto. Questo ritornello si sente un po’ dappertutto: su internet, tra i politici dell’opposizione e sui giornali.

Ma se vi dicessi che nessun presidente del Consiglio è mai stato eletto nell’Italia repubblicana?

No, non sono impazzito, non è una teoria complottista. È il modo in cui funziona ed è sempre funzionata la democrazia italiana, piaccia o meno. L’articolo 56 della costituzione recita così:

“La Camera dei Deputati è eletta a suffragio universale diretto”

L’articolo successivo ci dice invece questo:

“Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale”

Camera e Senato. Non Governo, né tanto meno presidente del Consiglio. Inutile cercare nel nostro testo costituzionale l’articolo che regola l’elezione del Governo: non c’è. Il Governo italiano (colpo di scena) non viene eletto dai cittadini, ma nominato dal Presidente della Repubblica. Lo stesso vale per il presidente del Consiglio dei Ministri. Questo non vuol dire che l’Italia non sia una democrazia, ma vuol dire che l’Italia è una democrazia parlamentare. Più o meno funziona così:

  1. Ogni 5 anni, i cittadini maggiorenni sono chiamati ad eleggere i rappresentanti di Camera e Senato (per eleggere i senatori bisogna avere 25 anni);
  2. Una volta formate le camere, il Presidente della Repubblica dà mandato esplorativo al leader indicato dal partito più votato per trovare una maggioranza solida che sostenga un suo governo. Ricordate 2 anni fa Bersani quando andò a umiliarsi in streaming con i neoeletti del Movimento Cinque Stelle? Ecco.
    Piccola nota: Il fatto che il capo dello Stato indichi il leader del partito più votato si è imposto per prassi, oltre che per buon senso. Tecnicamente il Presidente della Repubblica ha il potere di nominare chiunque, anche me o Francesco Totti;
  3. Una volta trovata la maggioranza, il presidente del Consiglio e i ministri vengono nominati dal Presidente;
  4. A questo punto entrano in gioco le camere, che votano la fiducia al governo. Questo potere si mantiene durante tutta la legislatura. Le camere possono far cadere il governo in qualsiasi momento votando la sfiducia.
    Nota: Se fin qui siete stati attenti, capirete che nel caso le camere facessero cadere un Governo non si andrebbe a votare, ma il Presidente darebbe un nuovo mandato esplorativo a qualcun altro, come avvenne 4 anni fa nel passaggio Berlusconi-Monti. Si andrebbe a nuove elezioni solo qualora il presidente della Repubblica decidesse di sciogliere le camere.

Il potere di nomina formalmente illimitato del Presidente della Repubblica, è dunque bilanciato da quello del Parlamento di votare la sfiducia al Governo. In soldoni, i governi dal 1946 in poi si sono sempre formati tra le due camere e il quirinale, non nelle cabine elettorali.

Lo so, 2 anni fa i candidati dichiarati erano Berlusconi e Bersani, e invece ci siamo trovati prima Letta e poi Renzi. Che è successo? È successo che nei 20 anni precedenti ci eravamo abituati a una situazione sostanzialmente bipolare, in cui quasi tutta la torta era spartita tra centrodestra e centrosinistra. Lo schieramento che vinceva le elezioni, poteva essere ragionevolmente sicuro di riuscire a formare un governo senza troppi appoggi esterni, quindi di indicare un leader che non avesse problemi a trovare una maggioranza pronta a sostenerlo.

Destra e sinistra si sentivano dunque sicure nell’anticipare agli elettori i nomi dei propri candidati. Lo stesso han fatto nel 2013, senza però fare i conti con il successo del Movimento Cinque Stelle. Dopo quelle elezioni, il Parlamento non si divideva più in 2 blocchi, ma in 3 più o meno equivalenti.

A quel punto Napolitano incaricò Bersani, allora leader dello schieramento che (anche se di poco) aveva ottenuto più voti, di trovare una maggioranza che sostenesse il suo governo. Incassato il “no” del Movimento Cinque Stelle, l’ex segretario Pd decide di rinunciare e il Presidente dà l’incarico a Enrico Letta, che forma il governo con l’allora Pdl (ok, è tutto un po’ più complicato ma andiamo veloce, d’accordo?).

Berlusconi
Silvio Berlusconi, l’ultimo di una lunga serie a dichiarare che il Governo Renzi è illegittimo in quanto non eletto

Mi scuso con te, lettore, se queste cose già le sapevi, ma è colpa di una dichiarazione rilasciata ieri da Berlusconi al Giornale se ho deciso di scrivere di questo argomento. “Renzi è illegittimo, non siamo in democrazia”. La dichiarazione del Cav. è solo l’ultima di una lunga serie. Lo urlano ogni giorno quasi tutti i partiti d’opposizione, lo ribadiscono i giornali. E a questa bugia credono ormai in molti. Ma è, appunto, una bugia.

Attenzione: non si tratta di piacere o non piacere, di essere d’accordo o meno con le politiche che questo Governo porta avanti. Si tratta di essere seri e costruttivi. La legittimità non è un giudizio su ciò che il Governo fa, ma è un fatto oggettivo, sancito dalle leggi e dalla Costituzione. Ebbene, da questo punto di vista il nostro Governo è del tutto legittimo.

Non bisogna essere dei giuristi per saperlo. Ergo: i politici e i giornali che dicono “Renzi è illegittimo” (ma ripeto, al posto di Renzi potrebbe esserci Berlusconi, Salvini, Di Maio o chi volete voi) lo fanno in totale malafede, preferendo fare battaglia politica sul nulla anziché su dei contenuti reali. Cosa che, mi rendo conto, sarebbe molto più difficile.

Sinistre

Domani ci saranno nuove elezioni in Grecia, e i sondaggi danno Syriza e Neo Demokratia molto vicini. A contendersi la vittoria sono dunque una destra e una sinistra, come nella miglior tradizione europea. Il binomio torna in Grecia dopo anni di terremoto politico, che hanno portato al centro del ring partiti come Syriza e mostruosità come Alba Dorata. Syriza è stata in grado di occupare la voragine lasciata dal vecchio Pasok, e a diventare la forza principale della sinistra. Il prezzo è stato perdere parte della propulsione “rivoluzionaria” delle origini, com’è scientifico per qualsiasi partito si misuri con la difficoltà di governare. Quanto il conto di questa “normalizzazione” sarà salato ce lo dirà il successo di forze come “Piattaforma popolare” (nata da una scissione a sinistra di Syriza) e del Kke, il partito comunista greco.
Se in Grecia Syriza ha preso il posto dei socialisti, nel Regno Unito è invece successo che i “ribelli” sono riusciti a scalare i vertici del partito mainstream. Geremy Corbyn è stato eletto leader dei laburisti con uno schiacciante 59% alle primarie del partito. Poco amato dalla vecchia élite del labour, ma molto fuori dalle sedi di partito, Corbyn ha vinto grazie alla valanga di “simpatizzanti” ammessi per la prima volta a votare dietro pagamento di 3 sterline. Molti commentatori sostengono che con Corbyn i laburisti avranno seri problemi a vincere le elezioni del 2020. Quel che è certo è che una sconfessione così netta della linea ufficiale è emblematica della voragine tra il partito e la base. Significativo il misero 4,5% di Yvette Cooper, la candidata più vicina a Tony Blair.
Se la sinistra del Regno Unito ripudia il “blairismo”, in Italia Matteo Renzi non ha mai fatto mistero di ispirarsi all’ex premier britannico, mentre un progetto alla sua sinistra stenta a decollare. Diverso ancora il caso della spagnola Podemos. Benché il leader Pablo Iglesias si mostri spesso in compagnia di Alexis Tsipras, il suo movimento rifiuta l’etichetta “sinistra” e a contenuti chiaramente progressisti ne alterna altri di marca più populista. Inoltre, benché abbia visto giorni migliori, il Partito Socialista Spagnolo non è morto come lo è il Pasok greco.

Curioso come in un mondo sempre più connesso il termine sinistra venga coniugato in modo così diverso a seconda dei contesti nazionali.

E se l’Italicum si ritorcesse contro Renzi?

Matteo Salvini ha detto più volte che a lui della legge elettorale non importa nulla. Con questa premessa, il leader della Lega si è tirato fuori dal dibattito intorno all’Italicum, la legge figlia del governo Renzi che entrerà in vigore nel 2016. Ma se davvero vuole puntare a vincere le elezioni del 2018 (sempre che la legislatura vada avanti fino alla fine), Salvini non può che adattare la propria strategia alla nuova legge. Cosa che probabilmente sta già facendo. Intervistato telefonicamente dal Secolo XIX, il segretario leghista ha confermato di puntare alla leadership del centrodestra, aprendo per il momento solo a Berlusconi. Alfano per ora è ancora un nemico, ma in Liguria sostiene il neo presidente Toti proprio come la Lega. Non è impensabile che in nome del pragmatismo i due si ritroveranno compagni di coalizione anche alle prossime elezioni politiche. Questo comporterà un cambio nel messaggio politico per attirare i moderati? “Col cavolo”, è la risposta di Salvini. Nessun leader politico riconoscerà mai di “vendere” gli ideali per la vittoria, ma in questo caso potrebbe trattarsi non solo di una promessa.

Una delle regole auree della lotta politica è che per vincere bisogna conquistare il “centro”. Se a fronteggiarsi sono una destra e una sinistra vince chi convince gli indecisi. L’Italicum potrebbe però cambiare tutto. La legge elettorale votata lo scorso 4 maggio prevede infatti il doppio turno. Immaginiamo questo scenario. Il Pd di Renzi vince il primo turno con il 35% dei voti. Non avendo raggiunto la soglia del 37%, è necessario il secondo turno, tra il Pd e la seconda lista più votata. Al secondo posto c’è la Lega. A quel punto l’esito del secondo turno potrebbe non essere scontato, grazie ai voti che Salvini potrebbe incassare da altri pezzi del centrodestra o persino da elettori del Movimento Cinque Stelle.

Un sistema a doppio turno è previsto anche in Francia. Nel 2002 Jean Marie Le Pen arrivò a sorpresa secondo e passò al ballottaggio contro Chirac. Il leader gollista si impose con un secco 82%. A suo sostegno si mobilitò il cosiddetto “fronte repubblicano”, ovvero i gollisti stessi, i centristi, i socialisti e persino la sinistra, tutti uniti contro l’incubo Front National. In Italia chi formerebbe il “fronte repubblicano?”. Chi accorrerebbe in difesa del Pd in nome dei valori della Repubblica? Il centrodestra al di fuori della Lega rischia di sparire. Il Movimento Cinque Stelle? Difficile immaginarsi il movimento fondato da Beppe Grillo accorrere a sostenere colui che il leader chiamava l'”ebetino di Firenze”.

Più facile immaginarsi il Movimento Cinque Stelle nelle vesti di competitor in un ipotetico secondo turno. In questo caso l’avversario potrebbe rivelarsi persino più insidioso, come dimostra il caso Parma. La città ducale premiò il “grillismo ragionevole” di Federico Pizzarotti contro il candidato del Pd. Lo stesso potrebbe avvenire nel 2018. I volti nuovi e più rassicuranti di quelli di Grillo e Casaleggio non mancano, e stanno conquistando sempre più spazio mediatico e sempre più potere nell’organizzazione del Movimento.

Il meccanismo del doppio turno potrebbe mettere nei guai il Partito Democratico persino in una delle sue roccaforti storiche come Genova. Le elezioni regionali che hanno premiato Giovanni Toti hanno rivelato una crisi del Pd genovese, mentre il Movimento Cinque Stelle è il primo partito e la Lega in crescita. A differenza dell’Italicum, la legge elettorale per i Comuni prevede le coalizioni. A quel punto il centrodestra potrebbe ripetere il “modello Toti” e riunirsi sotto un’unica bandiera. Magari quella di Edoardo Rixi, che già nel 2012 si candidò a sindaco e quest’anno si è visto sfilare “a tradimento” la candidatura a Presidente della Regione.

La democrazia dello streaming

C’è ancora qualcuno convinto che streaming faccia rima con democrazia e trasparenza? Si? Davvero? Eppure il dialogo tra sordi (magnifica definizione di Enrico Mentana) di oggi pomeriggio tra Renzi e Grillo dovrebbe aver convinto tutti del contrario. Mi sembra logico che chi ha una telecamera puntata addosso non parli a chi ha di fronte, ma al pubblico. L’ha fatto oggi Beppe Grillo, come l’ha fatto Renzi alla direzione del Pd che l’ha lanciato a Palazzo Chigi e come l’han fatto tutti gli altri con questo rituale che a breve diventerà più odioso delle riunioni segrete a porte chiuse.

Oggi è stato ancor più che evidente. Grillo si è studiato un discorso, e l’ha recitato, fregandosene di Renzi, di chi gli stava attorno (da applausi il “tu pensa alla differenziata!” quando Delrio ha osato intervenire, stoppato anche da Renzi, come dire “lascia fare ai grandi”) o dei giornalisti. Gli si poteva anche chiedere un parere sulla Critica della Ragion Pura di Kant che sarebbe andato avanti con il suo copione: “noi vogliamo l’acqua pubblica, voi privatizzarla, non sei credibile, non sai com’è il mondo, rappresenti i poteri forti, voi siete parte del problema (ai giornalisti), sono tutti contro di noi, andiamo a cambiare l’Europa ecc. ecc. ecc…”).

Per carità, per lo meno abbiamo trovato uno in grado di stroncare l’ennesimo discorso di Renzi sul paese che soffre, la gente che non ce la fa e tutto il resto. Pensate se gli fosse andato indietro, si sarebbe finiti come all’ultima direzione del Pd, trasformata in una gara a chi faceva la citazione più figa. Anche li, credete davvero che in un confronto politico a porte chiuse si parli citando scrittori o poeti? Non sarà mica che le dotte citazioni fossero indirizzate al pubblico a casa?

Ogni tanto sento dire da alcuni commentatori che è “grazie al Movimento Cinque Stelle che ora il Pd fa consultazioni e riunioni in streaming”. Beh, a mio modesto parere tra le molte cose che il Pd avrebbe potuto importare dal mondo grillino, quella dello streaming sia una delle più demenziali. Perché secondo me Grillo da dei punti al Pd non quando usa lo streaming o consulta la mitica “rete” in fantomatici referendum online, ma quando invita i suoi elettori all’impegno attivo. L’ha ribadito oggi, richiedendo impegno a partecipazione a ogni suo elettore, a cominciare dai quartieri. Un impegno e una partecipazione che non sempre sono avvenute,dal momento che il M5s subisce la concorrenza di un gran numero di associazioni per lo più lontane dai partiti, ma a cui il leader oggi ha fatto un accorato appello.

In questo si che il Partito Democratico dovrebbe seguire Grillo, sfruttando il vantaggio di un radicamento sul territorio che il Movimento Cinque Stelle ancora non conosce. Invece il partito si comporta sin troppo spesso a livello locale come quello nazionale, consumandosi in guerre tra bande interne a discapito del confronto tra idee. Non sarà la parte più popolare del “programma” del M5s, dal momento che la sua fortuna si fonda soprattutto sulla battaglia alla casta. Ma penso sia quella che più di tutte mette in discussione due diversi modelli di democrazia in campo, e che consentirebbe al Pd di riconquistare il voto di molti suoi ex-elettori delusi migrati nel movimento grillino. Ma si preferisce lo streaming.