A casa loro

“Aiutiamoli a casa loro” è una di quelle espressioni che mette tutti d’accordo. Perché rassicura e pulisce le coscienze. “Aiutiamoli” richiama al gesto nobile dell’aiuto ci fa sentire, nonostante tutto, delle brave persone, mentre “a casa loro” vuol dire ehi, tranquilli, sono cose che succedono ben lontano da noi, che ci toccano relativamente.

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L’Australia incarcera e tortura i migranti, nell’indifferenza del mondo

Esattamente un mese fa sul Guardian usciva un’inchiesta sulle condizioni disumane in cui versano i migranti imprigionati nel centro offshore del governo australiano sull’isola di Nauru. Il quotidiano britannico ha pubblicato più di 2000 documenti provenienti dal centro di Nauru. Ognuno di questi racconta un caso di stupro, autolesionismo, violenza o abusi. Più della metà riguarda bambini. Se vi va di provare un assaggio di questo orrore, potete consultare il database messo online dal Guardian, dove sono raccolte le testimonianze da maggio 2013 a ottobre 2015.

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Cambiamento

Cambiamento. Tutti vogliamo il cambiamento, i tempi che viviamo sono pieni di cambiamento, ne sono inzuppati. Ce n’è per tutti i gusti. Matteo Renzi ha cambiato il Pd e la sinistra italiana, Matteo Salvini ha cambiato la Lega Nord, il Movimento Cinque Stelle ha cambiato l’intero scenario politico. Tutti vogliamo il cambiamento, e tutto cambia velocemente. Tutti contenti allora? Non sembrerebbe, almeno a giudicare da quanti, di fronte a tutto sto po’ po’ di cambiamento, scelgono di non esprimersi. A Napoli, al secondo turno, ha votato il 35% degli aventi diritto. Ma Napoli è solo l’esasperazione di un problema che ormai da tempo affligge tutta la penisola.

Gli altri, quelli che ancora si esprimono, si muovono, schizofrenici almeno tanto quanto coloro che chiedono il voto. Cambiano. Oggi votano Renzi, domani Salvini, dopodomani il M5s. Ricordate le europee del 2014, no? Tutti incantati dal Pd 2.0 dell’ex sindaco di Firenze, da poco salito al Governo con una mossa degna del miglior Frank Underwood. L’era renziana si apriva, già si pregustava un nuovo ventennio. Poi, un anno dopo, quando il leghista Zaia polverizzava in Veneto la renzianissima Moretti e il forzista Toti conquistava la Liguria con la Lega Nord come azionista di maggioranza, ci siamo trovati a chiederci se anche il nostro paese si sarebbe trovato nell’onda lunga del revival nazional-lepenista internazionale. Oggi ci svegliamo tutti grillini, pardon, pentastellati.

“Grillini” è un termine che ormai andrebbe proprio dimenticato. Quello che dobbiamo segnarci è che, ad oggi, meno Grillo parla meglio è per loro. Schiere di “portavoce illustri” sono ormai abbastanza noti per splendere di luce propria, e con il loro moderatismo acchiappano molti più consensi dei deliranti comizi da avanspettacolo del Grillo di 2 anni fa (disse di essere “oltre Hitler” e minacciò di vivisezionare il cagnolino di Berlusconi, cosa che nel nostro paese spaventa molto di più che dire cose ignobili sui migranti). C’è Luigi di Maio che studia da premier, c’è Di Battista presenza fissa a Otto e Mezzo e in altri talk show serali, a mostrare al paese il volto ragionevole dei “ragazzi meravigliosi” ormai diventati adulti (non lo vedremo più in performance come questa, peccato).

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source: forexinfo.it

Che dire allora di quest’epoca di cambiamento rampante?

Ieri, con singolare sincronismo, sono insorti quelli che il cambiamento l’hanno subito. Umberto Bossi ha accusato Salvini di essere responsabile della recente sconfitta elettorale (risposta: massimo rispetto, ma non rimpiango la Lega al 3%), mentre Massimo D’Alema sul Corriere e Romano Prodi su Repubblica hanno tirato le orecchie a Renzi (nessuna risposta, almeno al momento). Probabilmente non aspettavano altro.

I due mattei, leader che su Facebook sembrano imbattibili, si scoprono improvvisamente fragili nel “mondo reale”. Troppo di nicchia uno (Salvini), meno trasversale di quello che pensava l’altro (Renzi). Altro che “Partito della Nazione”! Se il Pd renziano sembra sempre disponibile ad avviarsi nei terreni scivolosi del “nemico” in nome del decisionismo, l’elettorato non sembra seguirlo. E così, oggi, la sensazione è che, dopo la fiammata delle europee del 2014, a votare il PdR (Partito di Renzi) si ritroveranno quelli che votavano il partito del vecchio, grigio, stanco e fuori moda Bersani.

Perché (sorpresa!) un elettore di centrodestra non ci pensa neanche a votare per il Pd. Nemmeno se c’è Renzi. Piuttosto vota il Movimento Cinque Stelle, che nel frattempo a imparato a parlare a quel mondo. Ed è diventato una macchina da ballottaggio micidiale, essendo spesso la “seconda scelta” sia degli elettori di centrosinistra, sia soprattutto di quelli di centrodestra. Soprattutto, direi, di quelli di centrodestra. Almeno in questo momento storico, con il Pd al governo a rappresentare il “nemico da abbattere”.

Questo è il quadro di oggi, giovedì 23 giugno 2016, giorno che verrà ricordato per il voto sulla Brexit nel Regno Unito. Vorranno mica cambiare anche lì?

Ci risentiamo al prossimo, clamoroso, cambiamento.

Immagine in evidenza dal sito Fanpage.it

Roma e la rottamazione del centrodestra

Gli amanti della rissa politica, guardando a Milano, si saranno preoccupati. In primavera si vota, e i candidati sono due ragionieri che di passione politica ne trasmettono proprio pochina. Giuseppe Sala e Stefano Parisi. Competenti, dicono. Educati. Moderati. Tanto moderati che quasi si confondono, che quasi potresti invertirli. Tutto incredibilmente ovattato e pulito, tutto incredibilmente noioso.

Meno male che c’è Roma.

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source: fratelliditaliareggioemilia.org

Tutto quello che non è a Milano, c’è nella capitale. Undici o forse più candidati, intrighi, tradimenti, clamorose inversioni a u. Un ex Sindaco con il dente avvelenato che pubblica un libro in cui promette di fare “nomi e cognomi” del sistema che l’avrebbe fatto fuori, al momento accolto con un’alzata di spalle. C’è tutto quello che occorre per una trama avvincente. Davvero difficile prevedere chi vincerà. I salotti milanesi sono lontanissimi, qui volano botte da orbi.

Dal punto di vista della trama, l’intreccio più appassionante è quello in scena nel centrodestra. Giorgia Meloni era già da un po’ indicata come possibile candidato al Campidoglio. Durante il Family Day, tuttavia, annuncia di essere incinta, e sostiene di non poter per questo aspirare a una carica tanto gravosa come quella di Sindaco della capitale. Passa un po’ di tempo, e Forza Italia candida Guido Bertolaso, con il placet di Salvini e Meloni. Poi però qualcosa si rompe. A Salvini Bertolaso non va più bene, e organizza le gazebarie. Lo scorso 28 febbraio gli elettori romani di centrodestra sono chiamati a scegliere tra una rosa di nomi, che include anche Irene Pivetti (per dire). Alla fine il più votato risulta essere Alfio Marchini, un candidato indipendente che però Meloni ha sempre detto di non voler eleggere. Troppo moderato. Insomma, al termine delle gazebarie, Salvini di fatto ammette di capirne meno di prima, sostiene che c’è stato un quasi-pareggio e che l’indicazione arrivata non è chiara. A monte. Il partito di Giorgia Meloni Fratelli D’Italia in questo frangente è ancora pro-Bertolaso, e anzi qualcuno persino rimprovera la Lega per lo strappo.

Nel giro di due settimane, però, la tela è destinata a sfaldarsi ulteriormente. Il 16 marzo Meloni annuncia ufficialmente la propria candidatura, nell’aria già da qualche giorno. Berlusconi e Bertolaso provano a dirle che una futura neo mamma non può fare il Sindaco di Roma (la stessa cosa che aveva detto lei al Family Day, ricordate?), lei la prende male e risponde che sono dei maschilisti. Matteo Salvini non ci pensa due volte, e dichiara che le sue liste la sosterranno. Nei 10 giorni successivi, Meloni e Bertolaso non perderanno occasione per invitarsi a vicenda a “ripensarci” e convergere verso una candidatura unica. Ciascuno dei due vede sé stesso come candidato ideale, naturalmente.

Ed eccoci arrivati all’oggi, con qualcosa come 6-7 candidati tra destra estrema e moderata. Oltre ai già citati Meloni e Bertolaso, abbiamo l’eterno Francesco Storace (La Destra), Alfio Marchini, forse il Sindaco di Verona (?!) Flavio Tosi, e i leader di Casapound e Forza Nuova. Tutti.

Mancano solo loro…

Ora, la successione degli eventi è troppo illogica per non capire che c’è qualcosa che va oltre la città di Roma. Salvini e Meloni giurano che la leadership nazionale non c’entra nulla, ma è francamente difficile crederlo. Chi ha tutto da perdere in questa partita è Silvio Berlusconi. La stella del leader è appannata ormai da tempo, e i giovani e rampanti alleati hanno capito che potrebbe essere arrivato il momento della spallata definitiva. Quella di Giorgia Meloni è una candidatura forte. Il suo partito è storicamente ben radicato sul territorio romano, e lei è ormai un personaggio conosciuto e di primo piano nello scacchiere politico. Berlusconi non è più invece forte come un tempo, non può più permettersi di trattare con disprezzo gli alleati. Giorgia Meloni, insomma, non sarà un’altra Fini.

Se prendesse meno voti di Bertolaso, ma gli impedisse di arrivare al ballottaggio, lei non vincerebbe, ma Berlusconi perderebbe. Se dovesse prendere più voti di Bertolaso, Berlusconi sarebbe pressoché finito. Se in qualche modo Meloni dovesse arrivare al ballottaggio, non ne parliamo. Insomma, comunque vada sembra che a perdere sarà Berlusconi. L’unica chance per l’ex cavaliere è che Bertolaso arrivi al ballottaggio. Questo rimetterebbe in riga i ribelli Salvini e Meloni, e vorrebbe dire che a comandare da quelle parti è ancora lui. Improbabile.

Quello che sta andando in scena è, a ben guardare, una resa dei conti generazionale. Non è un caso che i vecchi leghisti Maroni e Bossi scuotano la testa e dicano che se fossero romani voterebbero Bertolaso, sconfessando così la linea del loro segretario. I quarantenni Salvini e Meloni non vogliono usare il termine “rottamazione” (troppo renziano), ma sta di fatto avvenendo qualcosa del genere.

Matteo Salvini e la destra del brevissimo periodo

Salvini Berlusconi MeloniDopo un po’ di tempo, torno a scrivere delle faccende di casa nostra. Ieri il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha parlato a Bologna, e con lui sul palco c’erano Giorgia Meloni e (udite udite!) Silvio Berlusconi. L’evento conclusivo della campagna #liberiamoci (dal governo Renzi) è diventato l’occasione per celebrare la ritrovata unità del centrodestra. Lontani i tempi in cui Salvini diceva “Mai con chi in Europa sta con la Merkel”, e in cui Berlusconi era nello stesso raggruppamento politico della cancelliera. Già, davvero un’altra epoca. Poco più di un anno. E, come dici? Berlusconi è ancora oggi nel Ppe, come la Merkel? Ah.

Cosa spiega un così radicale cambio di idea in così poco tempo? Il segretario del Carroccio si è fatto i suoi conti e ha capito che se ha una speranza di essere competitivo alle elezioni che si terranno presumibilmente nel 2018, questa passa dall’alleanza con Forza Italia. La Liguria, il Veneto e la Lombardia sono lì a dimostrarlo: la destra vince se è unita. La Lega Nord probabilmente non sarà mai un partito capace di vincere da solo, e questo lo sa anche Salvini. Inoltre, il tentativo di allargarsi al sud con le liste Noi con Salvini fin’ora non ha dato i suoi frutti, e soprattutto da quelle parti allargare la coalizione è fondamentale.

I soliti calcoli della politica, insomma. Il sistema elettorale europeo premia le singole liste, mentre a breve l’Italicum potrebbe tornare a premiare le coalizioni. Il politico fa quello che può per vincere, e qui di nuovo c’è davvero poco.

Ciò che è più interessante è capire come convivono in coalizione programmi e visioni del tutto contrastanti. Come convive un partito che pochi giorni fa partecipava al congresso del Partito Popolare Europeo di Junker e Merkel con uno che vuole tornare alla Lira? La risposta è semplice: facendo finta di niente. Dopotutto, è da un po’ che Salvini non parla più di Euro ed Europa, e l’incoerenza appare meno evidente di quanto non sarebbe stata un anno fa. La lotta alla moneta unica è stato un argomento vincente per le europee. Poi ci sono stati i clandestini, poi l’abolizione del reato di legittima difesa, con qua e la promesse di aliquote fiscali uniche uniche al 15 o 20%. Il leader della Lega adegua il proprio messaggio alla contingenza, sfruttando sapientemente un sistema mediatico del tutto ripiegato sull’oggi.

Passa di hashtag in hashtag, facendo di volta in volta piazza pulita di quelli precedenti, per poi riprenderli o ributtarli a seconda dell’occasione. L’altro ieri l’obiettivo era uscire dall’euro, ieri fermare l’invasione, oggi rovesciare il governo Renzi, e così via. Slogan brevi, non solo nel numero dei caratteri, ma anche nella durata temporale. La brevità è una delle cifre della politica del nostro tempo. I programmi dei partiti sono “a termine”, cuciti su misura per vincere la prossima elezione. Una volta votato, si ricomincia. In questo Salvini non è certo l’unico esempio.

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Matteo Salvini con la t-shirt “Basta €uro”, lo slogan della Lega Nord per le ultime elezioni europee. Oggi la moneta unica sembra non essere più al centro del programma del partito, impegnato nella ricerca del voto dei moderati.

Breve sarebbe anche la prospettiva di una destra a guida Salvini, salvo un repentino e deciso cambio di tono e contenuti. Le felpe e le ruspe sono state un toccasana per un partito agonizzante, ma oggi si sospetta che il 15% circa registrato nei sondaggi sia il massimo raggiungibile da una Lega “di lotta”. Per questo la sfida oggi è allargare ai moderati, mantenendo però ben salda la leadership leghista. Una Lega magari leggermente rivista, che parla di “regolare l’immigrazione” e non di “cacciare i clandestini”, che si indossa la camicia al posto della felpa. Una Lega che potrebbe proporre a Palazzo Chigi un volto più rassicurante come quello di Luca Zaia, per cui Salvini ha dichiarato “firmerebbe subito”.

Se la Lega Nord può impostare la partita come vuole è anche a causa del tracollo del partito un tempo motore del centrodestra italiano: Forza Italia. La manifestazione di ieri è stata la fotografia dell’ormai acclamata subalternità di Berlusconi. Non credo che il Cav. abbia mai avuto bene in mente un modello di destra, ma di sicuro non era quello andato in scena a Bologna. Fa buon viso a cattivo gioco, preferendo anche lui le gratificazioni a breve termine dei sondaggi anziché provare a ricompattare il fronte moderato, oggi in forte difficoltà. Quello che risulta evidente nel suo lungo tramonto, e l’incapacità nel costruire la successione. Non ha trovato (o non ha voluto trovare) un erede. Alfano non aveva il quid, i suoi figli sono rimasti a gestire il tesoretto di famiglia, Renzi ha risposto picche. Oggi si ritrova per sopravvivere politicamente a rincorrere i figli della Lega Nord e di An. Un triste epilogo per quello che è stato uno degli uomini più potenti d’Italia.

E se l’Italicum si ritorcesse contro Renzi?

Matteo Salvini ha detto più volte che a lui della legge elettorale non importa nulla. Con questa premessa, il leader della Lega si è tirato fuori dal dibattito intorno all’Italicum, la legge figlia del governo Renzi che entrerà in vigore nel 2016. Ma se davvero vuole puntare a vincere le elezioni del 2018 (sempre che la legislatura vada avanti fino alla fine), Salvini non può che adattare la propria strategia alla nuova legge. Cosa che probabilmente sta già facendo. Intervistato telefonicamente dal Secolo XIX, il segretario leghista ha confermato di puntare alla leadership del centrodestra, aprendo per il momento solo a Berlusconi. Alfano per ora è ancora un nemico, ma in Liguria sostiene il neo presidente Toti proprio come la Lega. Non è impensabile che in nome del pragmatismo i due si ritroveranno compagni di coalizione anche alle prossime elezioni politiche. Questo comporterà un cambio nel messaggio politico per attirare i moderati? “Col cavolo”, è la risposta di Salvini. Nessun leader politico riconoscerà mai di “vendere” gli ideali per la vittoria, ma in questo caso potrebbe trattarsi non solo di una promessa.

Una delle regole auree della lotta politica è che per vincere bisogna conquistare il “centro”. Se a fronteggiarsi sono una destra e una sinistra vince chi convince gli indecisi. L’Italicum potrebbe però cambiare tutto. La legge elettorale votata lo scorso 4 maggio prevede infatti il doppio turno. Immaginiamo questo scenario. Il Pd di Renzi vince il primo turno con il 35% dei voti. Non avendo raggiunto la soglia del 37%, è necessario il secondo turno, tra il Pd e la seconda lista più votata. Al secondo posto c’è la Lega. A quel punto l’esito del secondo turno potrebbe non essere scontato, grazie ai voti che Salvini potrebbe incassare da altri pezzi del centrodestra o persino da elettori del Movimento Cinque Stelle.

Un sistema a doppio turno è previsto anche in Francia. Nel 2002 Jean Marie Le Pen arrivò a sorpresa secondo e passò al ballottaggio contro Chirac. Il leader gollista si impose con un secco 82%. A suo sostegno si mobilitò il cosiddetto “fronte repubblicano”, ovvero i gollisti stessi, i centristi, i socialisti e persino la sinistra, tutti uniti contro l’incubo Front National. In Italia chi formerebbe il “fronte repubblicano?”. Chi accorrerebbe in difesa del Pd in nome dei valori della Repubblica? Il centrodestra al di fuori della Lega rischia di sparire. Il Movimento Cinque Stelle? Difficile immaginarsi il movimento fondato da Beppe Grillo accorrere a sostenere colui che il leader chiamava l'”ebetino di Firenze”.

Più facile immaginarsi il Movimento Cinque Stelle nelle vesti di competitor in un ipotetico secondo turno. In questo caso l’avversario potrebbe rivelarsi persino più insidioso, come dimostra il caso Parma. La città ducale premiò il “grillismo ragionevole” di Federico Pizzarotti contro il candidato del Pd. Lo stesso potrebbe avvenire nel 2018. I volti nuovi e più rassicuranti di quelli di Grillo e Casaleggio non mancano, e stanno conquistando sempre più spazio mediatico e sempre più potere nell’organizzazione del Movimento.

Il meccanismo del doppio turno potrebbe mettere nei guai il Partito Democratico persino in una delle sue roccaforti storiche come Genova. Le elezioni regionali che hanno premiato Giovanni Toti hanno rivelato una crisi del Pd genovese, mentre il Movimento Cinque Stelle è il primo partito e la Lega in crescita. A differenza dell’Italicum, la legge elettorale per i Comuni prevede le coalizioni. A quel punto il centrodestra potrebbe ripetere il “modello Toti” e riunirsi sotto un’unica bandiera. Magari quella di Edoardo Rixi, che già nel 2012 si candidò a sindaco e quest’anno si è visto sfilare “a tradimento” la candidatura a Presidente della Regione.

Parole forti per pensieri deboli

“Il nemico oggi è il potere centrale e una sorta di nazismo del Nord Europa che ci sta distruggendo” – Alessandro Di Battista.
 
“In Italia è in corso ora, mentre tu stati leggendo questo articolo, un colpo di stato” – Beppe Grillo.
“Padani discriminati, vittima di pulizia etnica” – Matteo Salvini.

In Europa comandano i nazisti, in Italia ci sono colpi di stato quasi quotidiani nonché casi di pulizia etnica causati dall’immigrazione clandestina. E le parole non hanno più alcun valore. Quelle riportate qui sopra sono un minimo estratto di un tipo di dichiarazione a cui ormai siamo assuefatti. Dichiarazioni clamorose, che colpiscono l’immaginario di chi ascolta ma che non hanno alcun evidente contatto con la realtà. Sembra non esista altro modo di comunicare per la nostra classe politica. Guerra, invasione, dittatura, nazismo e molti altri sono termini storicamente pesanti, ormai entrati nel lessico quotidiano dei comizi, dei social network e delle apparizioni televisive.

Con ancora più forza della parolaccia, parole come queste esaltano le tifoserie o per lo meno creano la giuste dose di scandalo, che male non fa (bene o male purché se ne parli, no?). Inutile dire che il dibattito pubblico non ne esce arricchito. Chi dichiara la guerra, la rivoluzione o quant’altro si limita a gettarla in pasto degli spettatori, ma non si prende poi la briga di approfondire, c’è subito un’altra palla di cannone da sparare. I tifosi sugli spalti sentono montare dentro una gran rabbia, ma non sanno di preciso contro che cosa. Il fumo della polvere da sparo copre la scena, i fischi degli spari rendono sordi. Si perde ogni contatto tra la parola detta e il suo significato, l’importante è esagerare, stupire e fare audience.

La violenza verbale è da sempre una componente dello scontro politico, ma oggi è la regola, non l’eccezione, ed è indirizzata alle persone più spesso che ai contenuti. In questo tipo di comunicazione sguazzano i partiti di opposizione populisti come la Lega Nord di Salvini e (anche se in modo meno sistematico rispetto a qualche mese fa) il Movimento Cinque Stelle. Anche le forze di maggioranza non ne sono però del tutto immuni. Ci sono infatti vari tipi di questa violenza verbale. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi non urla e non sbraita, ma sa quando è il momento di usarla e lo fa piuttosto bene. Definire “gufi” tutti quelli che non la pensano come lui è un modo brillante per evitare questioni di merito, e con sole due parole (“Fassina chi?”) ha liquidato per un po’ i malumori interni al suo partito.

Può sembrare paradossale la presenza di toni tanto alti in un momento in cui lo scontro politico effettivo, a ben vedere, è ridotto ai minimi termini. È chiaro infatti che a livello nazionale il Pd di Renzi ha un ruolo chiave, e continuerà ad averlo finché non emergerà un’alternativa credibile. In questo scenario si ha la spiacevole sensazione di avere a che fare con attori piuttosto che con leader politici, alla ricerca della facile indignazione piuttosto che di reali alternative di governo. Lo scatto d’ira artificiale è un’ottima arma per avere la meglio in un dibattito nei talk show televisivi. Quando non si sa più che dire, parlare male degli altri è un porto sicuro.

Questo tipo di linguaggio è anche indotto dai media, in un certo senso è ciò che il pubblico vuole. Genera una gran quantità di fumo, ma l’aria ne è satura al punto che risulta inoffensivo, finché si rimane capaci di prenderlo poco seriamente.