A casa loro

“Aiutiamoli a casa loro” è una di quelle espressioni che mette tutti d’accordo. Perché rassicura e pulisce le coscienze. “Aiutiamoli” richiama al gesto nobile dell’aiuto ci fa sentire, nonostante tutto, delle brave persone, mentre “a casa loro” vuol dire ehi, tranquilli, sono cose che succedono ben lontano da noi, che ci toccano relativamente.

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Maretta democratica

Foto di HuffingtonPost.Us

Mentre più o meno controvoglia il Partito Repubblicano si sta raccogliendo intorno alla controversa figura di Donald Trump, tra i democratici l’ultima fase delle elezioni primarie potrebbe segnare uno dei momenti di massima tensione tra Bernie Sanders e Hillary Clinton.

Lo scorso weekend, durante la convention di stato del Partito Democratico in Nevada, alcuni sostenitori di Sanders hanno duramente contestato il presidente del partito di quello stato Roberta Lange, arrivando a lanciare oggetti sul palco da cui stava parlando. I vertici democratici del Nevada arriveranno a dire che la campagna del senatore del Vermont ha “un’inclinazione alla violenza”. Accusa fermamente respinta dal candidato con un post sul proprio sito ufficiale, in cui si è detto contrario a ogni forma di violenza.

L’episodio del Nevada è però solo la punta dell’iceberg di un conflitto, quello dentro in casa dem, che assume in questi giorni tratti persino preoccupanti. La promessa di Sanders di “dare battaglia” (sui contenuti) alla convention di luglio viene oggi letta con preoccupazione da tanti insider del partito, che vi leggono il rischio di contestazioni e violenze. Hillary Clinton, al momento, fa buon viso a cattivo gioco, affermando che il senatore Sanders ha tutto il diritto di rimanere in gara, nonostante le sue speranze di vittoria siano ormai pressoché nulle. Dietro i sorrisi tirati, però, si nasconde un’evidente preoccupazione. Quella di ritrovarsi una candidata indebolita da una lunga ed estenuante battaglia, che l’ha vista si vincere negli stati più importanti e popolosi, ma anche perdere in ben 20 occasioni contro un rivale che dà l’impressione di suscitare maggiori entusiasmi.

Insomma, mentre Clinton ormai concentra le proprie energie contro Trump, media e opinionisti iniziano a chiedersi più o meno ad alta voce se l’entusiasmante campagna di Bernie, anziché avvicinare gli elettori al Partito Democratico, non finirà per favorire proprio l’eccentrico rivale repubblicano. Il sito della rivista POLITICO, qualche giorno fa, si chiedeva se Sanders sarà il nuovo Ralph Nader, attivista politico di posizioni molto liberal la cui candidatura da indipendente nel 2000 si rivelò decisiva per la sconfitta del democratico Al Gore, e la vittoria del repubblicano George W Bush.

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Ralph Nader, candidato indipendente alle presidenziali del 2000, di fatto favorì George W Bush

Certo, il senatore Bernie Sanders al momento corre per le primarie del Partito Democratico e promette che non ha intenzione di candidarsi da indipendente nel caso dovesse perdere la sfida contro Clinton. Ma, di tutti i suoi argomenti, uno rischia di rivelarsi fatale per l’unità del partito: quello sulla legittimità del sistema stesso delle primarie. Da qualche settimana, infatti, Sanders sta insistendo molto sul fatto che il sistema sia in qualche modo falsato, guidato ad arte dalle élite del partito per favorire i propri candidati. Nel mirino è finita per esempio la regola che, in molti stati, ammette al voto per le primarie solo elettori iscritti alle liste di partito, e da almeno un certo periodo. “Let the people in” dice Sanders, il cui appello a fine corsa e a giochi ormai compromessi per lui non può però che apparire strumentale, se non ipocrita.

Poi può anche darsi che il sistema elettorale statunitense abbia dei difetti, anzi chi scrive è abbastanza convinto che sia così. Per carità. Diffondere la percezione che il gioco sia truccato non è però il modo migliore di sostenere la rivale vincitrice (che Sanders ha sempre dichiarato di preferire a qualsiasi repubblicano, soprattutto Trump). E Clinton, di un endorsement sincero da Sanders avrebbe bisogno come il pane per convincere quella fascia di elettorato che, da sinistra o da posizioni anti-establishment, la vede per lo meno con sospetto, e che in caso di sconfitta del proprio campione promette l’astensione o (peggio) di votare per Trump.

Quella di Sanders è una critica “complessiva”, a un sistema politico schiavo dei big money di Wall Street e delle grandi corporation. Dopo tutto, la nuova battaglia al sistema delle primarie è coerente con l’impostazione della campagna, anche se onestamente tardiva. E, soprattutto, potenzialmente deleteria per l’unità di un partito che la guerra vera, quella contro i repubblicani e la bionda chioma di The Donald, deve ancora cominciarla.

P.s: a noi italiani il dibattito primarie chiuse – primarie aperte dovrebbe ricordare qualcosa. Da noi le primarie sono tutte aperte, ma il sistema mi sembra tutt’altro che perfetto. O no?

Le letture del mese scorso – dicembre 2015

Le feste natalizie sono un ottimo momento per prendersi una pausa e ripensare a quello che ci lasciamo alle spalle. Tra una fetta di panettone e l’altra, godetevi questa selezione di letture interessanti uscite sul web nel mese appena finito.

Ah, dimenticavo… Auguri e felice anno nuovo a tutti i lettori!

  • Sul sito della Luiss, Vincenzo Emanuele e Nicola Maggini passano al setaccio gli elettorati dei due maggiori partiti italiani: il Pd e il Movimento Cinque Stelle. Lettura interessante per capire come si stia parlando di 2 forze ormai del tutto trasversali nella società, ma che attingono voti da segmenti di elettorato sempre più definiti.

cise.luiss.it – Il Partito della Nazione? Esiste, e si chiama Movimento Cinque Stelle

  • Sulle storiche elezioni che lo scorso 6 dicembre in Venezuela hanno visto sconfitto il fronte di Maduro (erede di Ugo Chavez) propongo 2 articoli di diverso orientamento. Il primo è tratto dal blog di Gennaro Carotenuto, deciso sostenitore della sinistra dell’America Latina. Il secondo, scritto da Gwynne Dyer e tradotto in italiano su Internazionale, pur riconoscendo i meriti del chavismo, ne sottolinea anche i difetti e l’eccessiva dipendenza dall’esportazione di petrolio.

Gennaro Carotenuto – Venezuela, finale di partita?

Internazionale – Il crollo del prezzo del petrolio mette fine all’esperimento venezuelano

  • Avrà anche perso al secondo turno, ma il Front National di Marine Le Pen è ormai presenza di peso nella vita politica francese. Per un’analisi del voto francese alle ultime elezioni regionali propongo 2 articoli di Cesare Martinetti, attento osservatore delle dinamiche francesi, pubblicati sul sito de La Stampa. Il primo è uscito dopo il primo turno, il secondo dopo i ballottaggi. (Se ti va, qui c’è anche il mio articolo, scritto dopo il primo turno)

La Stampa – Sono cambiate le regole del gioco: il voto a Marine Le Pen non è di protesta

La Stampa – I partiti storici alla ricerca di una visione

  • Il Guardian è entrato in possesso di un documento ufficiale dell’Isis. 24 pagine in cui il gruppo descrive con precisione l’amministrazione e alcuni dei fondamenti su cui si fonderà il nuovo stato che intende formare tra Siria e Iraq. L’articolo riporta anche le fonti di guadagno dei terroristi, ed è stato tradotto in italiano su Internazionale.

The Guardian – The Isis papers: behind ‘death cult’ image lies a methodical bureaucracy

  • L’8 dicembre 1895 Guglielmo Marconi fa trillare 3 volte un campanello a distanza. Per alcuni quel giorno si può considerare la nascita della radio. Per celebrare i 120 anni da quella data, Repubblica ha raccolto diversi articoli sulla storia del medium più antico dell’era moderna, ma anche tra i più in forma e capace di cambiare nel tempo e resistere al cambiamento.

Repubblica – Viva la radio, che non muore mai

  • Donald Trump (a cui ho dedicato anch’io un articolo) può essere definito fascista o nazista? Siobhán O’Grady prova a rispondere a questa domanda riflettendo sul preciso significato storico di fascismo e nazismo sul sito foreignpolicy.com. Articolo in inglese ma di facile lettura.

Foreign Policy – Trump may be a Loudmouthed Demagogue, but Is He a Fascist?

  • La cronaca nera è un settore che mi appassiona decisamente poco, ma è uno di quelli che più scalda l’opinione pubblica. Come vengono influenzati i processi? Qual’è la responsabilità dei media in tutto ciò? Lo scorso 15 dicembre Andrea Camaiora ne ha scritto su Linkiesta.it. Da leggere, e da pensarci su, soprattutto per giornalisti e aspiranti tali.

Linkiesta.it – Processi da chiudere con l’assoluzione. Per inquinamento mediatico

  • Un altro pezzo pubblicato su Linkiesta.it, questa volta dedicato all’accordo che lo scorso 17 novembre ha visto nascere un governo di unità nazionale in Libia. La stabilità del paese è in cima alla lista delle priorità della politica estera italiana. Il giorno prima dell’importante firma, l’analista Matteo Toaldo (qui intervistato da Tommaso Canetta) metteva in guardia sui rischi dell’accordo, che certamente non sono stati cancellati con un colpo di penna.

Linkiesta.it – Paradosso Libia, l’accordo di pace rischia di scatenare l’inferno

  • Il ‘900 ha visto le sinistre riformiste di tutta europa prevalere sulle formazioni di sinistra radicale. In alcuni paesi, oggi, si intravedono segnali di un nuovo ribaltamento dei rapporti di forza. Intervistato da Silvia Ragusa del Fatto Quotidiano dopo le elezioni in Spagna dello scorso 20 dicembre, il politologo Juan Manuel Roca analizza l’ascesa di Podemos, che sta erodendo i consensi dello storico Psoe, il partito socialista spagnolo.

Il Fatto Quotidiano – Elezioni Spagna, l’analisi: “Non ha un programma chiaro. Ma se lo Psoe rimane questo, Podemos è futuro della sinistra”

Articoli o storie da consigliare? Scrivimi a luca.lottero.3@gmail.com. O su Facebook. O su Twitter. Insomma, in qualche modo.

La democrazia dello streaming

C’è ancora qualcuno convinto che streaming faccia rima con democrazia e trasparenza? Si? Davvero? Eppure il dialogo tra sordi (magnifica definizione di Enrico Mentana) di oggi pomeriggio tra Renzi e Grillo dovrebbe aver convinto tutti del contrario. Mi sembra logico che chi ha una telecamera puntata addosso non parli a chi ha di fronte, ma al pubblico. L’ha fatto oggi Beppe Grillo, come l’ha fatto Renzi alla direzione del Pd che l’ha lanciato a Palazzo Chigi e come l’han fatto tutti gli altri con questo rituale che a breve diventerà più odioso delle riunioni segrete a porte chiuse.

Oggi è stato ancor più che evidente. Grillo si è studiato un discorso, e l’ha recitato, fregandosene di Renzi, di chi gli stava attorno (da applausi il “tu pensa alla differenziata!” quando Delrio ha osato intervenire, stoppato anche da Renzi, come dire “lascia fare ai grandi”) o dei giornalisti. Gli si poteva anche chiedere un parere sulla Critica della Ragion Pura di Kant che sarebbe andato avanti con il suo copione: “noi vogliamo l’acqua pubblica, voi privatizzarla, non sei credibile, non sai com’è il mondo, rappresenti i poteri forti, voi siete parte del problema (ai giornalisti), sono tutti contro di noi, andiamo a cambiare l’Europa ecc. ecc. ecc…”).

Per carità, per lo meno abbiamo trovato uno in grado di stroncare l’ennesimo discorso di Renzi sul paese che soffre, la gente che non ce la fa e tutto il resto. Pensate se gli fosse andato indietro, si sarebbe finiti come all’ultima direzione del Pd, trasformata in una gara a chi faceva la citazione più figa. Anche li, credete davvero che in un confronto politico a porte chiuse si parli citando scrittori o poeti? Non sarà mica che le dotte citazioni fossero indirizzate al pubblico a casa?

Ogni tanto sento dire da alcuni commentatori che è “grazie al Movimento Cinque Stelle che ora il Pd fa consultazioni e riunioni in streaming”. Beh, a mio modesto parere tra le molte cose che il Pd avrebbe potuto importare dal mondo grillino, quella dello streaming sia una delle più demenziali. Perché secondo me Grillo da dei punti al Pd non quando usa lo streaming o consulta la mitica “rete” in fantomatici referendum online, ma quando invita i suoi elettori all’impegno attivo. L’ha ribadito oggi, richiedendo impegno a partecipazione a ogni suo elettore, a cominciare dai quartieri. Un impegno e una partecipazione che non sempre sono avvenute,dal momento che il M5s subisce la concorrenza di un gran numero di associazioni per lo più lontane dai partiti, ma a cui il leader oggi ha fatto un accorato appello.

In questo si che il Partito Democratico dovrebbe seguire Grillo, sfruttando il vantaggio di un radicamento sul territorio che il Movimento Cinque Stelle ancora non conosce. Invece il partito si comporta sin troppo spesso a livello locale come quello nazionale, consumandosi in guerre tra bande interne a discapito del confronto tra idee. Non sarà la parte più popolare del “programma” del M5s, dal momento che la sua fortuna si fonda soprattutto sulla battaglia alla casta. Ma penso sia quella che più di tutte mette in discussione due diversi modelli di democrazia in campo, e che consentirebbe al Pd di riconquistare il voto di molti suoi ex-elettori delusi migrati nel movimento grillino. Ma si preferisce lo streaming.