Il tax bill di Trump, tra sogni reaganiani e avvertimenti all’Europa

Donald J Trump è diventato presidente degli Stati Uniti grazie alla vittoria elettorale in stati operai e tradizionalmente democratici come il Michigan e il Wisconsin. Stati in cui la vittoria di Hillary Clinton era data per scontata al punto che nessuno dei due candidati vi investì troppe risorse durante la campagna, l’una dandoli per acquisiti, l’altro (forse) per persi. Nel discorso della vittoria, Trump dirà poi che “gli americani dimenticati non lo saranno più”.

La strana alleanza tra il miliardario newyorkese e la classe operaia dell’America profonda fece nascere il mito di un Trump campione dell’America di serie B, povera o quantomeno impoverita dalla crisi e dalla globalizzazione, arrabbiata e tradita da un partito democratico – quello di Obama e Clinton – incapace di darle risposte soddisfacenti.

Parte della stampa disegnava, allora, l’immagine di un repubblicano atipico, apparentemente più amato dalla gente (o meglio dalla “sua” gente) che dall’establishment politico, economico e finanziario. Dopo quasi un anno di effettiva amministrazione Trump, possiamo dire che quel disegno non corrisponde alla realtà. Wall Street va a gonfie vele e anche il mondo dell’economia sembra tutt’altro che turbato dall’attuale inquilino della Casa Bianca.

Più altalenante – è vero – è stato il rapporto con il mondo politico, in particolare il suo stesso partito, quello repubblicano. Il mancato repeal dell’Obamacare, tra i punti forti della campagna elettorale dell’ex conduttore di the apprentice, è stato causato da alcune defezioni tra le fila amiche.

Questa settimana, però, il congresso controllato dai repubblicani ha votato per un enorme taglio delle tasse, in piena sintonia con la Casa Bianca. Anche questa misura, assolutamente in linea con la più classica storia repubblicana, era tra i punti del programma elettorale di Trump.

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Charlottesville e il nazismo strisciante: una proposta di lettura

In un surreale mondo in cui Donald Trump è presidente degli Stati Uniti, può essere che la fantasia arrivi dove non possono studio e analisi. E allora, per provare a riflettere su quanto avvenuto a Charlottesville qualche giorno fa, più che un manuale di storia mi sentirei di proporre un libro che mi è capitato di leggere recentemente: Il complotto contro l’America, di Philip Roth. Un romanzo di fantapolitica, per l’appunto.

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Presto e male

Su Barack Obama si può pensare bene o male, ma una cosa che non si può negare è che l’ex presidente degli Stati Uniti sia uno che sa vedere lontano. Prendere decisioni non considerando solo gli effetti che queste produrranno nei prossimi mesi, ma nei prossimi anni, o addirittura decenni. Per me questa è stata una caratteristica della sua presidenza assolutamente positiva. Ad altri, invece, questa tendenza (direi personale, prima che ancora che politica) dell’ex boss dà decisamente sui nervi. Mi spiego meglio.

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Lyndon Johnson, una grande canaglia e un grande presidente

In tutta la sua vita, Lyndon Baines Johnson ha perso una sola elezione.
1941: Johnson è un deputato di 33 anni e vanta una forte vicinanza con il presidente Roosvelt, ma perde le primarie del Partito Democratico del Texas per un posto al Senato contro un certo Wilbert Lee O’Daniel.
“Mai più”, deve essersi detto subito dopo. Quando gli ricapita l’occasione, sette anni dopo, colui che diventerà il 36° presidente degli Stati Uniti non esita infatti a rubare tutti i voti che servivano per battere il nuovo rivale, Coke Stevenson. Alla fine, 200 schede con il suo nome scritto sopra comparirono dal nulla, e lui entrò al Senato grazie a uno scarto di 87 voti. Robert Allan Caro, giornalista che gli ha dedicato una monumentale biografia, commenta così quel passaggio: “Lyndon Johnson aveva provato a comprare uno Stato e, nonostante avesse pagato il prezzo più alto nella storia del Texas, aveva fallito. Quindi, ora era il tempo di rubarlo” (fonte: Limes – Texas L’America Futura, 8/2016).

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Donald Trump non è un incidente di percorso

Avete presente Cletus dei Simpson? Per tanti mesi gli elettori di Donald Trump ce li hanno presentati più o meno così. Maschi, bianchi, arrabbiati, poveri, bassa scolarizzazione. E sembrava di vederli, il giorno delle elezioni, uscire in massa dalle fattorie, smontare dalle Harley Davidson e recarsi al seggio con il fucile a tracolla, per mettere la propria X sul nome del miliardario newyorkese. L’America rude e un po’ selvatica, che mastica e sputa tabacco, contro tutto il resto del Paese, colto, raffinato e cosmopolita, geneticamente programmato per stare alla larga da tizi come quello là.

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Le letture del mese scorso – agosto 2016

Tra il campo con il mio gruppo scout, qualche giorno di riposo al mare, tanti gelati e un paio di libri (ve li ho raccontati nella mini-rubrica “Letture sotto l’ombrellone”, se non siete stati attenti potete recuperare cliccando qui), anche ad agosto ho trovato il tempo per fare quello che faccio sempre: leggere online. Come di consueto, condivido con voi le letture più interessanti in cui mi sono imbattuto negli ultimi 30 giorni, nella speranza che siano stimolanti anche per voi. L’immagine di copertina è stata realizzata da Andrea Remondini. Buona lettura!

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Sorpresa: Hillary Clinton era repubblicana

Hillary Rodham Clinton, candidata alla Presidenza degli Stati Uniti per il Partito Democratico, agli albori della propria vita politica era repubblicana. E nemmeno tanto moderata, visto che nel 1964 appoggiava con convinzione il candidato alla presidenza ultra-conservatore Barry Goldwater, destinato a subire una clamorosa scoppola elettorale (61,1% contro 38,5%) dal democratico Lyndon Johnson.

La giovane Hillary seguiva, politicamente parlando, le orme del padre, convinto repubblicano conservatore, mentre la madre era democratica. Clinton non rinnegherà mai le proprie idee primordiali: “le mie radici politiche – dirà, da first lady, in un’intervista alla NPR nel 1996 – sono radicate nel conservatorismo in cui sono cresciuta”.

Un’adesione convinta, quella della signorina Rodham, sorta dopo la lettura di “Coscienza di un conservatore”, libro del 1960 del futuro candidato Goldwater. Durante il suo primo anno di college, Hillary diventa persino presidente del Wellesley Young Republicans Club. Ma, si sa, quando si è giovani si fa presto a cambiare idea. La futura first lady entra nell’esclusivo college di Wellesley da convinta repubblicana e ne esce, nel 1969, da convinta liberal.

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Un’altra foto di Clinton negli anni del college, a trasformazione politica avvenuta (almeno a giudicare dallo stile) credit: abcnews.go.com

Siamo negli anni della contestazione giovanile, dei movimenti contro la guerra in Vietnam. Il clima corrente influenza non poco le idee di Hillary, le cui convinzioni politiche iniziano a vacillare già nel 1964, quando le viene assegnato il compito di approfondire le posizioni del candidato democratico Johnson per una simulazione di dibattito al college. Difficile tracciare un percorso preciso delle idee della non ancora Clinton negli anni successivi. Quello che sappiamo è che, nel 1968, appoggia la candidatura dell’anti militarista Eugene McCarthy per la nomination democratica. Un’altra avventura poco fortunata. Candidato per i democratici diventerà infatti Humbert Humphrey, che verrà a sua volta sconfitto da Richard Nixon alle presidenziali.

A quel punto, la trasformazione politica di Hillay Rodham era conclusa.

Inizia dunque come un pendolo l’avventura politica dell’attuale candidata alla presidenza del Partito Democratico, un’oscillazione tra conservatorismo e pensiero liberal, che trova oggi una sintesi in posizioni sostanzialmente centriste. Se Clinton è infatti senz’altro detestata dalla destra, lo è altrettanto da parte della sinistra, che le rimprovera per esempio il voto favorevole alla guerra in Iraq e un’eccessiva vicinanza agli ambienti di Wall Street.

Durante la campagna delle primarie del partito, Clinton ha giocato il ruolo della candidata realista e competente, mentre a interpretare il ruolo del McCharty del 2016 è stato il rivale Bernie Sanders.

Certo, la piattaforma con cui i democratici e Hillary Clinton si presentano alle elezioni è di fronte impronta liberal, probabilmente influenzata dall’inatteso successo di Sanders durante le primarie. Eppure, il pendolo delle idee politiche di Clinton non ha mai smesso di oscillare. È a favore di una limitazione della vendita di armi da fuoco, ma ha idee pragmatiche in politica estera, ha idee progressiste sull’immigrazione e ha alti indici di gradimento tra le cosiddette minoranze, ma in passato si è detta contraria ai matrimoni omosessuali (oggi ha cambiato idea).

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Hillary Clinton insieme ai genitori durante la convention democratica del 1992. credit: nytimes.com

Tracce della giovane signorina Rodham degli anni ’60 sembrano insomma essere rimaste anche nella signora Clinton dei decenni successivi. Rimane da vedere se dopo anni di oscillare riuscirà a stabilizzarsi al 1600 Pennsylvania Avenue, indirizzo di quella Casa Bianca a cui non ha mai smesso di pensare da almeno 10 anni a questa parte.

Il Senato statunitense boccia 4 proposte sul controllo delle armi

Negli Stati Uniti, pare proprio sia impossibile introdurre una legge per controllare la vendita di armi da fuoco. L’ennesimo, deprimente teatrino è andato in scena oggi (martedì 21 giugno) quando il Senato ha respinto 4 proposte sul tema. Due proposte erano repubblicane e due democratiche, e i due principali partiti del sistema Usa non hanno trovato di meglio che respingere le proposte della controparte. Per i repubblicani le proposte dem erano troppo restrittive, per i democratici quelle del Grand Old Party erano troppo blande. E così non se n’è fatto nulla, tra lo sgomento (probabile) dei parenti delle vittime di Orlando presenti in aula e il godimento (certo) della solita National Rifle Association, la potente lobby delle armi che controlla mezzo Congresso e che ancora poco prima del voto sbraitava a difesa del sacro secondo emendamento, quello che secondo loro autorizza i cittadini statunitensi a girare con la pistola in tasca (anche se non è proprio così).

Non è certo la prima volta che il Congresso dà una così pessima immagine di sé. Durante l’amministrazione Obama, il Partito Repubblicano si è spostato su posizioni sempre più “estreme”, e ha lavorato esplicitamente solo per fare ostruzionismo a ogni proposta proveniente dalla Casa Bianca. La loro azione è diventata particolarmente efficace dopo le elezioni di metà mandato del 2014, quando hanno conquistato entrambi i rami del Congresso e reso Obama quella che si definisce un’”anatra zoppa”, ovvero un presidente con tutto il Congresso contro, e quindi molto limitato nella sua azione. Molti osservatori ritengono che le riforme di Obama avrebbero avuto ben altro impatto, se non fosse stato per senatori come l’ex candidato alle primarie repubblicane Ted Cruz, capace di parlare per 21 ore e 19 minuti pur di bloccare l’ObamaCare, la riforma sanitaria fortemente voluta dall’attuale presidente.

Qualcosa di simile, anche se meno marcata, è accaduta al Partito Democratico. Entrambi gli schieramenti si sono riempiti di “estremisti” molto amati nei loro Stati (i senatori vengono eletti su base statale) ma poco inclini al compromesso. Virtù poco eroica ma necessaria in un contesto come quello di Washington, soprattutto quando la Casa Bianca e il Congresso stanno su fronti opposti. Pena, la paralisi del processo legislativo. Ed è quello che è successo oggi, per l’ennesima volta. Alcune proposte prevedevano il divieto di vendita di armi a soggetti presenti sulla lista dei sospetti terroristi dell’Fbi (una misura caldeggiata persino da Donald Trump) o, più modestamente, tempi più lunghi per l’acquisto da parte di sospetti terroristi. Nulla di tutto questo accadrà, e a breve, come sempre, si smetterà di parlarne. Fino alla prossima strage.

La strage di Orlando divide gli Stati Uniti

Succede spesso, dopo un fatto grave come un attentato terroristico, che una nazione si ritrovi unita, stretta intorno al proprio dolore comune. È successo dopo l’11 settembre, ed è successo in Francia dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Non è successo dopo la strage di Orlando, quando nella notte tra l’11 e il 12 giugno 49 ragazzi e ragazze sono stati uccisi in un locale gay da Omar Mateen, cittadino statunitense di origini afghane, che poco prima di essere abbattuto dalla polizia ha giurato fedeltà allo Stato Islamico.

Il fatto è che questo attentato terroristico, più di altri, si presta a diverse letture. È stato un gesto spinto da una profonda omofobia e intolleranza perché le vittime erano omosessuali? Oppure il problema è l’Islam in sé, vista l’identità del carnefice? O ancora, il problema è che negli Stati Uniti si vendono troppe armi?

Ognuno risponde a queste domande in base alle proprie convinzioni, e, cosa ancor più incredibile, in pochi sembrano ammettere che elementi diversi possano convivere. Secondo un sondaggio condotto dal centro studi Gallup, il 48% dei cittadini americani ritiene si sia trattato di un attacco terrorista di matrice islamica, il 41% di una strage causata dalla “violenza domestica con armi da fuoco” e solo il 6% di entrambe le cose in egual misura.

Questa divisione quasi perfettamente a metà dell’opinione pubblica è stata favorita dal clima da campagna elettorale, con il repubblicano Donald Trump che punta forte sul problema Islam-immigrazione e la democratica Hillary Clinton che (con Obama) pone l’accento sulla diffusione senza controllo delle armi da fuoco.

Non sorprende dunque che tra gli elettori democratici il 60% attribuisca l’attentato alle armi e il 29 al terrorismo islamico, mentre tra i repubblicani solo il 16% dia la colpa alle armi e addirittura il 79% all’Islam.

L’esistenza di (almeno) due interpretazioni così diverse a un fatto come quello della strage di Orlando, e l’apparente incapacità di fare una sintesi, è un’ulteriore prova di una certa “polarizzazione” della società statunitense. Una polarizzazione che, questa volta, si è trasferita anche nel campo della politica, con la lotta senza esclusione di colpi tra Trump e Clinton, in un paese dove si diceva che le differenze ideologiche tra partiti fossero tutto sommato limitate.

Il “diritto alle armi” sancito dal secondo emendamento è un’invenzione

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A proposito di “diritto” alle armi, di cui si parla molto in queste ore a seguito dei tragici fatti di Orlando.

Il “diritto costituzionale” di possedere un’arma è un’invenzione ormai radicatissima nella società statunitense, ma in realtà frutto di una “rivoluzione conservatrice” portata avanti in tempi anche piuttosto recenti. Infatti, il famigerato secondo emendamento della Costituzione vincolava il possesso di un’arma da fuoco al servizio prestato in una “well-regulated militia”. Non è nato, insomma, con l’intento di consentire a tutti di possedere un fucile.

Scopri di più in questo interessante articolo dal blog dello storico degli Stati Uniti Arnaldo Testi:

Un movimento di successo: l’invenzione del diritto costituzionale alle armi private