La psicosi è tutta dei media

La parola d’ordine è psicosi da terrorismo e la prova sarebbe la calca di sabato sera in Piazza San Carlo a Torino, in cui sono rimaste ferite 1500 persone di cui 3 in modo grave. La folla stava guardando la finale di Champions League su un maxischermo, quando un falso allarme ha generato un fuggi fuggi generale che ha travolto numerose persone, calpestate e ferite dai molti pezzi di vetro a terra. Non è ancora chiaro cosa abbia causato il caos. Le ipotesi più accreditate sono l’esplosione di alcuni petardi o qualcuno che avrebbe urlato “bomba”.

Secondo molti commentatori, questi fatti sarebbero la prova della vittoria dei terroristi islamici, che con gli attacchi degli ultimi anni ci avrebbero reso più fragili e spaventati. E via di psicosi, parola che oggi ritorna su molte prime pagine dei principali quotidiani nazionali.

Dalle pagine di questo blog vorrei semplicemente sollevare un dubbio, senza la pretesa di dare una risposta definitiva: siamo proprio sicuri che sia così? Voglio dire. Prima dell’11 settembre 2001 (data che segna l’ingresso prepotente del terrorismo islamico nelle nostre vite di occidentali) non è mai successo che un falso allarme abbia provocato reazioni spropositate, con magari una scia di feriti o addirittura di morti? E cosa ci sarebbe di diverso dai casi di allora e quello di sabato sera?

In fondo, la notizia degli incidenti di Torino può essere data senza nemmeno citare il terrorismo islamico, senza che per questo la cronaca ne risulti meno completa. Quella della “psicosi” è una ricostruzione dei media venduta come un dato di fatto. In un certo senso, una profezia che si autoadempie. Se vi fate un giro tra le testimonianze di chi è uscito da quell’inferno, non sentirete nessuno dire “pensavo fosse un attentato terroristico”.

Certo, sarebbe ipocrita dire che i fatti degli ultimi anni ci abbiano lasciato indifferenti. Dopo ogni attacco, qualcuno inizia a pensare che sia meglio evitare le manifestazioni affollate, i concerti o lo stadio. E questo, sicuramente, è terribile. Ma quando l’intero sistema mediatico di un Paese non perde occasione per parlare di terrorismo islamico anche quando non c’entra nulla, beh, è li che si può davvero parlare di psicosi.

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Londra, San Pietroburgo, Idlib. Ci siamo (già) abituati al terrore?

Alla fine è successo, anche se più velocemente di quanto pensassi. Ci siamo abituati al terrore. Alla morte, che ha le forme di un auto che si lancia su una folla, di una bomba che esplode in una metropolitana, di gas letali ripudiati persino dalla logica della guerra. È tutto normale. Le notizie scorrono alla televisione, vengono condivise sui social network e conquistano per un giorno le prime pagine dei quotidiani. Poi scivolano, semplicemente.

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Una notte a Parigi

parigi notte

Mentre il terrore scendeva a Parigi, io ero a cena con un ragazzo e una ragazza della Repubblica Ceca e due ragazze francesi. I due cechi raccontavano dell’entusiasmo dei giovani del loro paese a girare il mondo, dopo decenni di chiusura durante il regime comunista. In quel momento stavamo condividendo dei biscotti. “Bad news from Paris”, dice all’improvviso una delle due ragazze francesi. Il tono è grave, e lei non staccherà quasi più gli occhi dal telefono per il resto della serata. Un attentato a Parigi, di nuovo. Notizie ancora confuse. Le due ragazze parlano in francese tra loro, io e i cechi non ci intromettiamo. Colgo qualcosa dal loro parlare fitto. “Dix-huit, “Trente”, “Soixante”, il numero delle vittime che cresce. Scambiamo ancora due parole, necessarie e di circostanza insieme. “Non credo c’entri la religione” mi dice l’altra ragazza francese, ma non ha voglia di parlarne e si vede. Dopo un po’ ci auguriamo la buonanotte, e ci ritiriamo ognuno con il proprio smartphone e la propria lingua.

Non so se ricorderò tutti questi dettagli, quanto tra qualche anno ripenserò alla notte del 13 novembre 2015. Di sicuro ricorderò che ero in Erasmus, in Islanda. Lontano, ma non abbastanza per fuggire, non abbastanza per ignorare. Gli aggiornamenti dei giornali, lo sbraitare di politici avvoltoi che non hanno manco atteso che si raffreddassero i cadaveri, i Tweet e gli stati su Facebook di chi ha capito tutto.

Sgomento e rabbia, senza alcun orgoglio. E tanti pensieri. Per la mia fidanzata, che a gennaio inizierà il suo Erasmus a Parigi. Per quello che vuol dire vivere lo stesso incubo 2 volte. Per la nostra Europa, che appare sempre meno una fortezza. Per cosa vedremo d’ora in avanti quando vedremo arrivare un barcone sulle nostre coste. Per cosa ci diranno di vedervi. Per quanto siamo stronzi ad accorgerci di quanto sia cattivo l’uomo solo quando uccide vicino a casa nostra. Ma anche di quanto sia irrimediabilmente così per tutti. Tutto questo ho pensato, la notte del 13 novembre 2015, mentre guardavo Parigi dal mio tablet.

Ho pensato molto se pubblicare questo post, decisamente diverso da quello che è il mio solito stile. Ho scritto uno sfogo, più che analisi. Non perché non abbia delle opinioni su quanto successo e su quanto dovrebbe (e soprattutto non dovrebbe) accadere ora. Solo ritengo avremmo tutti bisogno di prenderci del tempo in più per riflettere. Credo che questo sia ancora il tempo degli sfoghi, e ho deciso di considerare tali molte delle cose che ho letto in queste ore. Un abbraccio a Parigi e alla Francia.

La strage senza foto di Boko Haram

Lontano dalle telecamere e dai nostri smartphone, il gruppo terroristico Boko Haram sta massacrando interi villaggi nella Nigeria del nord. Un attacco dello scorso 8 gennaio contro la città di Baga avrebbe provocato centinaia di vittime. Amnesty International la definisce la più grave strage della storia del gruppo e la Bbc parla di 2.000 persone uccise, ma non c’è certezza sui numeri. In ogni caso, gli attacchi di Boko Haram sono proseguiti nei giorni successivi, con l’infame utilizzo di bambini a cui veniva legato dell’esplosivo per farli esplodere nei mercati o in altre zone frequentate, causando decine di vittime ad ogni attacco.

“Boko Haram” vuol dire “l’educazione occidentale è peccato” ed è il nome di un gruppo terroristico di fondamentalisti islamici. Il loro leader Abubakar Shekau ha giurato fedeltà all’autoproclamato califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi. I due gruppi hanno infatti in comune l’odio contro i valori occidentale e l’ambizione di creare un califfato su cui far valere le leggi della shari’a. Nel caso di Boko Haram, l’obiettivo sarebbe inglobare nei territori del nuovo califfato un’area che comprende l’attuale nord-est della Nigeria e i territori limitrofi del Camerun e del Ciad.

Questi i fatti essenziali di una storia che meriterebbe ben altro approfondimento. Un approfondimento che è difficile ritrovare nei principali media occidentali, nei quotidiani della carta stampata, nei telegiornali o nei siti web. Nei giorni del massacro di Boko Haram il mondo aveva gli occhi puntati sulla Francia, sulla strage nella redazione di Charlie Hebdo e su tutto quello che ne è seguito. Il 7, l’8 e il 9 gennaio abbiamo tenuto gli occhi morbosamente incollati allo schermo, trattenuto il fiato durante i sequestri al supermercato ebraico e al casolare dove erano nascosti i fratelli Kouachi e infine tirato un istintivo sospiro di sollievo al termine dei blitz. Alla strage di Boko Haram i telegiornali dedicano un breve servizio quando c’è, i quotidiani una pagina.

Non ci sono foto né video della strage di Boko Haram. Forse se ce ne fossero i social network ne verrebbero invasi, e le condivideremmo insieme ad un nuovo hashtag creato per l’occasione. Forse i telegiornali le trasmetterebbero come prima notizia avvisando che “potrebbero urtare la sensibilità di chi guarda”, e verrebbero spese ore di talk show sull’argomento. Non si tratta di fare una squallida gara di visibilità con quanto avvenuto in contemporanea in Francia, ma il diverso spazio riservato dai media ai 2 fatti dimostra quale forza e quale peso abbia oggi l’immagine nella comunicazione.

Il gusto della lacrima in primo piano di cui canta Giorgio Gaber in C’è un’aria è diventata una delle regole auree dell’informazione, insieme al gusto per la diretta e del commento. Per ovvi motivi è difficile avere foto e video in tempo reale da quanto accade in Nigeria, come sarebbe difficile averne da alcune zone dell’Asia o dall’Africa subsahariana. Anche per questo ciò che accade in quelle zone del mondo rimarranno sempre notizie di serie b. Basti pensare che persino i media nigeriani hanno dedicato più spazio ai fatti di Parigi rispetto a quello che avveniva all’interno dei loro stessi confini.

La forza delle immagini, insomma, sta imponendo il proprio dominio nel mondo dell’informazione. Non basta raccontare il fatto, bisogna mostrarlo il più da vicino possibile, e possibilmente in tempo reale, altrimenti non ne vale la pena. In un mondo in cui si fa confusione tra il reale e il virtuale, ciò che non colpisce, non è visibile e commentabile non interessa. Non avviene.

Per una maggiore comprensione di ciò che sta avvenendo in Nigeria, consiglio la lettura di questo articolo:

Perché la Nigeria è indifesa di fronte a Boko Haram

Erano francesi

È difficile riuscire a scrivere qualcosa di originale riguardo quanto successo ieri a Parigi, nella redazione di Charlie Hebdo, qualcosa che non sia già stato scritto, detto, commentato. Forse perché è inevitabile che a volte i racconti si assomigliano un po’ tutti, ed è persino giusto che sia così. Due uomini vestiti di nero hanno sparato e ucciso 12 persone e ne hanno ferite altre 10. Tra le vittime due poliziotti. Probabile la matrice islamica. Come raccontare in modo diverso quanto accaduto ieri? Come uscire dai binari dello sgomento di tutti o della cieca esaltazione di pochi che vivono su questa terra? Il male, in fondo, è banale, come ci insegna Hannah Arendt.
Poi passano le ore e il racconto si fa meno sfocato, si riempie di dettagli. Abbiamo i nomi dei sospetti: Said e Chérif Kouachi, due fratelli franco-algerini di poco più di 30 anni, nati a Parigi. Cittadini francesi a tutti gli effetti. L’immigrazione non c’entra, in questo caso, e se possibile il fatto si fa ancora più inquietante. Perché sono stati cittadini francesi a sparare ad altri francesi. Perché viviamo in un continente che fa crescere dentro di sé l’odio, che sforna giovani esaltati, che vanno a combattere in Siria o ovunque esplodano conflitti religiosi per poi tornare in Europa, imbevuti della propaganda dell’Isis o di altri gruppi Jihadisti. I fratelli Kouachi, oltre che in Siria, hanno fatto esperienza in Mali, paese in cui la Francia è impegnata direttamente. Non era la prima volta che uccidevano, come si capisce dalla disinvoltura con cui imbracciano il fucile e dall’efficienza militare di tutta la loro azione, riscontrata dagli esperti in materia.
Per alcuni giovani europei la propaganda di morte del fondamentalismo islamico è più attraente di quella europea, dei valori di libertà che Charlie Hebdo senz’altro rappresenta. “Giovani bigotti che hanno ucciso vecchi libertini” li ha definiti Michele Serra su la Repubblica di oggi. Giovani bigotti, e francesi. Europei. Occidente e oriente sfumano, e i semi dell’odio maturano dove non ci si aspetta, partono da internet, dai social network per diventare a volte terribilmente reali. Per lo stesso motivo a volte crescono coraggiosi semi di tolleranza e speranza dove non sono ammessi.
Erano francesi anche Charb, Cabu, Tignous, Wolinski e le altre vittime. Con le loro matite si prendevano gioco di ogni fondamentalismo. E questo i fondamentalisti non lo possono sopportare.